Declino dell’intelligenza e ascesa dell’etica: le radici della “cancel culture”
Il postmoderno come fase di preparazione
Siamo abituati a pensare al postmoderno come a un periodo di euforia. In effetti, nell'atmosfera culturale di quel periodo dominava un atteggiamento opposto a quello dell'esistenzialismo: sembrava che il lutto per ogni forma di trascendenza, per gli universali, per le speranze di una società disalienata, fosse stato ormai pienamente elaborato. L'orizzonte delle attese si era ristretto, sollevando gli individui dal peso di compiti gravosi e irrealizzabili: in contrasto con il titolo di un fortunato romanzo di Milan Kundera, la leggerezza dell'essere era diventata sostenibile.
Erano finite le grandi narrazioni. Quest'ultima formula appartiene a un breve saggio, che può essere indicato simbolicamente come l'inizio di una svolta. Era un intellettuale francese a chiudere una fase di straordinaria creatività, imperniata sui nomi di Althusser, Barthes, Deleuze, Derrida, Foucault, Lacan (e in generale dello strutturalismo), oggi talvolta designata come French Theory. Quelli sono stati gli ultimi anni in cui si leggevano e si amavano gli autori difficili: di colpo, nel 1979, con La condizione postmoderna di Lyotard, si apriva una nuova fase, che beneficiava delle novità e delle conquiste teoriche precedenti senza alcuna intenzione emulativa, ma solo per amministrarle, con la mentalità "dialogica" di un amministratore di un condominio.
Naturalmente, questo giudizio non va riferito a tutto ciò che è stato prodotto tra il 1979 e il 2001- l'attentato alle Twin Towers potrebbe venir considerato come il momento, altrettanto simbolico, in cui l'euforia si conclude o si attenua notevolmente: vorrei piuttosto evidenziare quella che dovremmo chiamare concezione o ideologia postmoderna, e che non si presentava, com'è ovvio, nella sua veste autentica. Al contrario, era stata decretata la fine delle ideologie, benché a essere ormai in stato di disfacimento fosse soltanto quella marxista.
Sarebbe banale, benché non inesatto, sottolineare la permanenza quasi incontrastata del discorso che ratificava la vittoria del capitalismo, e la cui superiorità induceva a teorizzare "la fine della storia", come nel noto saggio di Francis Fukuyama. Credo che non sia scontato, invece, rilevare il passaggio dall'ideologia come rappresentazione della vita sociale all'ideologico come forma di pensiero.
In un saggio recente, Carlo Galli sottolinea che la caratteristica dell'ideologia consiste nell'essere "tendenzialmente ripetitiva, schematica, semplificatrice". L'ideologia vorrebbe rischiarare il mondo ma di fatto è rarefazione e oscuramento. Se lo consideriamo nella sua povertà cognitiva, il postmodernismo è una delle epoche più ideologiche della storia: l'epoca in cui l'ideologico ha ottenuto consensi non immaginabili.
È necessario aggiungere una categoria a quelle indicate da Carlo Galli: c'è ideologia là dove si mette in atto un processo di eticizzazione del pensiero. Le filosofie tipicamente postmoderne lo hanno mostrato con piena evidenza: anzitutto, riprendendo ed enfatizzando ciò che vi era di più schematico in autori della fase precedente, e in particolare la coppia "uno-molteplice", su cui erano imperniate le teorie di Deleuze e Derrida. L'Uno è cattivo, il Molteplice è buono: il postmodernismo non potrebbe forse venir sintetizzato in questo slogan? Vedremo tra poco la funzione che esso svolge nella cancel culture.
Mi pare opportuno soffermarsi ancora un po' sulle caratteristiche comuni al postmodernismo in quanto fase di impoverimento filosofico, utilizzando uno degli esempi che possono meglio confermarlo, e cioè il "pensiero debole" di Gianni Vattimo. Non è difficile presentarlo, perché si potrebbe riassumerlo adeguatamente - l'avverbio va rimarcato anche in un articolo di giornale. Per Vattimo c'era un solo grande errore compiuto dal pensiero occidentale: la ricerca dell'assoluto, dunque del fondamento; e una semplice terapia, il relativismo perché è questo il nome corretto della variante debolista. Da un lato, la metafisica come hybris e violenza, dall'altro il relativismo come invito al dialogo e alla tolleranza.
In che modo possiamo riconoscere una filosofia degna di questo nome? In primo luogo, perché offre una nuova prospettiva; e soprattutto perché introduce nuove categorie (un "nuovo elenco di categorie", per dirla con Peirce), cioè concetti strategici che organizzano un programma di ricerca e funzionano come strumenti di analisi. Non è filosofico, invece, un discorso che utilizza un termine, una nozione, come passe-partout. Per Vattimo, l'Essere andava indebolito; la verità andava indebolita; l'interpretazione doveva essere indebolita, per evitare l'aggressività che Vattimo si rammaricava di scorgere in Nietzsche. Perché tanta monotonia? Ebbene, perché il pensiero debole emarginava tutti i problemi complessi (la conoscenza, la verità, la logica, ecc.); li oscurava, in nome dell'etica. E dopo l'autoriduzione all'etica, l'ideologia filosofica del debolismo diffondeva le sue ricette o le sue parole d'ordine: la finitezza, il divenire, la storicità, ecc. L'unica parola d'ordine a cui si poteva riconoscere un minimo di originalità consisteva, ancora una volta, in un suggerimento etico: la pietas verso il passato. Infatti, dell'essere non si può avere "prensione" piena, ma soltanto "rammemorazione, traccia, ricordo". Ma a questo atteggiamento pio si accompagnava una grottesca caricatura della tradizione: l'ontologia non avrebbe fatto un passo oltre Parmenide, almeno fino a Nietzsche e ad Heidegger, la metafisica sarebbe stata complice della violenza nei confronti della natura e della società.
Ecco un punto da rimarcare: il postmoderno ha diffuso la tendenza a proporre legami immediati tra la filosofia occidentale (privata, evidentemente, della sua complessità) e i dispositivi sociali. A ben vedere, questa tendenza non nasce con il postmoderno, bensì con la modernità e precisamente con il marxismo, cioè la prima filosofia che, dopo aver criticato l'ideologia come falsa coscienza, ne ha legittimato la diffusione come mezzo di educazione e di mobilitazione delle masse. Molti filosofi si sono adeguati: così l'aggettivo borghese era sufficiente per squalificare alcune tra le più grandi filosofie e diversi straordinari scrittori, da Flaubert a Dostoevskij. A salvarsi erano unicamente coloro che rappresentavano senza saperlo i meccanismi della società capitalista, Balzac, per esempio, e Thomas Mann, involontaria coscienza critica della borghesia grazie al suo "umanesimo" e al suo orrore nei confronti dell'irrazionalismo (ultima fase culturale del capitalismo).
La violenza "debole" dei relativisti - L'impoverimento del linguaggio-pensiero
La tendenza a squalificare teorie complesse indicando un nesso immediato con forme sociali repressive o reazionarie è stata dunque ereditata dal postmoderno il che può apparire sorprendente, se si pensa che un Leitmotiv di questa concezione era la polemica contro la dialettica hegelo-marxista, intesa come pensiero della disalienazione, della riappropriazione e dell'illusoria trasparenza del soggetto. Così lo strutturalismo e la psicoanalisi, anche quella di Lacan, sono stati oggetto di critiche radicali in quanto espressioni di "binarismo"; e quale potrebbe essere il difetto imperdonabile del binarismo se non una negazione del molteplice? La ricchezza della teoria lacaniana veniva e viene tuttora liquidata dal femminismo in quanto binaria e fallocentrica. La grande tradizione metafisica dell'Occidente veniva ridotta alla mentalità patriarcale (il primato dell'Uno), al maschilismo, e alla violenza.
Ho menzionato gli scritti di Vattimo perché a contribuire al loro successo è stata un'azzeccata scelta retorico-lessicale: l'aggettivo debole risultava efficace in contrapposizione a quella che veniva chiamata comunemente la ragione forte in quanto forma di razionalità pervasiva nell'Occidente, e che saldava la fede nell'assoluto, nell'eterno, nell'essere (inteso a partire da una presunta staticità) e nel ricorso al metodo, con l'ideologia eurocentrica, razzista e sessista. Ma ciò che caratterizzava le diverse posizioni nell'ideologia postmoderna era il relativismo: ed è questa concezione che dobbiamo considerare. Occorre distinguere subito il relativismo che si riferisce al campo della conoscenza e quello etico. In una prospettiva storica, è soprattutto al secondo tipo che va riconosciuto un ruolo positivo: senza dubbio, esso ha contribuito al passaggio da società repressive a società fondate sul principio di tolleranza.
Effetti positivi vanno riconosciuti anche al relativismo gnoseologico, quando è stato in grado di enunciare dubbi fecondi, ma non come posizione filosofica generalizzata. Considerazioni di questo genere appaiono del tutto anacronistiche in un'epoca in cui il fallibilismo delle ricerche è un principio universalmente accettato. Il relativismo che si continua ancora oggi a riproporre riguarda invece la sfera giuridica ed etica, e cerca la propria giustificazione nel fatto che intolleranza, razzismo e sessismo non sono stati affatto eliminati, neanche nella società liberale. E su questo non si può che concordare.
Come ogni ideologia, il relativismo etico è in grado di produrre effetti positivi soltanto nel breve termine: il suo prolungamento si rivela un boomerang, e produce conseguenze devastanti. Vediamone i motivi: (i) il primo grande errore consiste nel collocare l'etica al posto di comando, e nel considerarla come un criterio pervasivo, e di applicazione immediata. Siamo agli antipodi di quanto affermava Pascal: "pensare bene è il primo principio della morale". Pensare bene: non cercare scorciatoie ideologiche e morali per problemi complessi. Il relativismo vuole il declino dell'intelligenza, perché questa è la condizione decisiva per il proprio dominio; (ii) il secondo grande errore è l'egualitarismo: il relativismo è propaganda per la doxa. L'obiettivo è l'indebolimento delle distinzioni, della differenza tra verità ed errore, ma anche tra prospettive etiche conflittuali. Un relativista coerente non potrebbe accettare la distinzione introdotta da Max Weber tra etica della convinzione ed etica della responsabilità; l'uomo buono, nell'accezione eticizzata, risponde solo di fronte alla propria coscienza, e ritiene di essere esentato dal considerare le conseguenze indesiderate delle proprie buone intenzioni; (iii) la cecità maggiore del relativismo consiste nel non vedere la violenza che esso genera, involontariamente ma inevitabilmente. Naturalmente si tratta di una violenza "debole", permanente e foucaultianamente diffusa. Si manifesta nella persecuzione capillare di ogni forma di complessità intellettuale, di ogni distinzione che non si inchini alla parità. D'altronde, questa è la forma assunta da ogni ideologia di sinistra.
Registrando un mutamento epocale, Lacan aveva osservato che al Super-io freudiano era subentrato un nuovo Super-io, e un comando che rovesciava i precedenti: "Godi!" sarebbe l'imperativo della società edonistica. Non si deve pensare che esso rappresenti l'unica presenza del Super-io nella società postmoderne o ipermoderne, a causa del permanere del dispositivo etico della sinistra, il cui nucleo fondamentale consiste nell'incentivare le inclusioni, rinunciando al criterio del merito e abbassando costantemente le richieste formative.
Jacques-Alain Miller propone una diagnosi epocale: il Grande Altro, il Simbolico, cioè la dimensione del linguaggio e della Legge, si è parzialmente dissolto. Al suo declino corrisponde la proliferazione dell'Immaginario, cioè la dimensione dei simili, dei "pari", e l'emersione del Reale, cioè delle pulsioni, forze acefale e ingovernabili. Per uscire dalla scolastica e ritrovare tutta la forza del pensiero di Lacan si dovrebbe ripensare il Simbolico come registro del linguaggio diviso e della complessità intellettuale.
L'immortale stupidità della sinistra "eticizzata" - Analfabetismo funzionale e "cancel culture"
Torniamo al postmoderno: l'ideologia postmoderna celebrava tutte le forme di "alleggerimento", dimenticando che a ogni processo di indebolimento sarebbe corrisposto un rafforzamento sul versante opposto. Si indebolisce il primato della conoscenza in filosofia? Si rafforzerà il primato dell'etica. Si indebolisce la funzione del Simbolico, del linguaggio-pensiero, nei processi educativi? Si rafforzerà quello che l'UNESCO ha chiamato analfabetismo funzionale: l'incapacità a comprendere testi anche brevi e piuttosto semplici, l'incapacità a costruire e a comprendere discorsi con un minimo di struttura argomentativa, l'indebolimento delle capacità critiche, ecc.
L'analfabetismo funzionale è in continua crescita, in tutti i paesi dell'Occidente. Questo processo colpisce prevalentemente i soggetti più deboli, coloro che non hanno trovato nella propria famiglia una supplenza al degrado scolastico. È nella scuola che si devono constatare maggiormente gli effetti di questa devastazione. Una scuola che, dopo essere stata liberata dall'autoritarismo e dal nozionismo, non è stata in grado di offrire una formazione che fosse al tempo stesso democratica e donatrice di risorse. A impedirlo è stata soprattutto l'ideologia "inclusiva" della sinistra: una scuola democratica non doveva essere punitiva, e quale punizione potrebbe essere più grave e umiliante della bocciatura? Dunque, la scuola democratica non sarebbe più stata selettiva.
L'egualitarismo è il tentativo perverso di raddrizzare quel "legno storto", che noi stessi siamo. È il progetto di correggere l'umanità, rischiarandola con la luce implacabile dell'ideologia, tenendola sotto tutela al fine di estirpare l'idea delle differenze legate al merito, il più odioso tra tutti i concetti morali. Di fatto, la scuola "non-punitiva" punisce gli studenti, privandoli di un percorso formativo adeguato. La scuola "inclusiva" esclude un numero sempre maggiore di persone giovani dalla possibilità di accedere a una formazione adeguata. La scuola non-selettiva distrugge il senso di responsabilità nella stragrande maggioranza dei ragazzi; inoltre, genera episodi di violenza nei confronti degli insegnanti perché là dove non è legittima alcuna idea di merito nessun demerito potrà venir indicato. Totalmente disabituati all'impegno, i ragazzi vengono travolti dall'ansia quando si trovano improvvisamente di fronte a un ostacolo. Ma la causa principale dell'ansia è la percezione delle proprie lacune, determinate dai precedenti anni di scuola improduttivi, sterili, analfabetizzanti in senso funzionale.
L'identity politics - L'identità ridotta al "genere"
La cancel culture è nata in un contesto di impoverimento mentale e di fanatismo ideologico. L'ideologico come procedimento mentale si manifesta oggi nella identity politics, lo spazio privilegiato oggi da una sinistra che non dispone più di una visione socioeconomica alternativa al capitalismo, e si concentra quindi sui diritti. Chi conosce il dibattito degli ultimi due secoli sa che il termine identità indica un concetto fortemente polisemico. Storicamente l'identità è stata definita tramite proprietà essenziali come il genere e la specie. A partire da Hegel, tuttavia, il soggetto umano ha perso il suo statuto di "sostanza": l'identità degli esseri umani viene pensata tramite le relazioni reciproche. Con Freud, l'identità è stata indagata come un processo di identificazione. "Je est un autre" (Rimbaud) è stata la formula a cui si è ispirata la psicoanalisi di Lacan.
Nella mia prospettiva, si è creata una convergenza tra Nietzsche, Heidegger, Freud e Lacan in direzione di ciò che chiamo l'identità oltrepassante. La condizione necessaria dell'oltrepassamento è la flessibilità degli esseri umani, la plasticità delle pulsioni. Il limite maggiore dell'identity politics è invece il mantenimento della concezione proprietaria. Lo slogan "l'Uno è cattivo, il Molteplice è buono" ha portato solo alla moltiplicazione del genere, un aristotelismo brisé e tuttavia rilanciato. Questa frantumazione identitaria moltiplica la rigidità mentre crede di combatterla. Come appare evidente, la politica delle differenze, quando assume i tratti dell'ideologico, suscita una "retorica della differenza risentita e divisiva".
Questa mentalità semplicista e rancorosa ha prodotto la cancel culture. Le radici vanno individuate in un processo di eticizzazione che ha mummificato il marxismo, esaltato i postmoderni, e oggi incentiva la sinistra "radicale". Eticizzazione equivale a primato dell'ideologia: svanita come filosofia della storia, l'ideologia si è presa una rivincita moltiplicandosi. La sua diffusione ha favorito l'ascesa di quello che Nietzsche chiamava "l'ultimo uomo", colui che ha rinunciato a oltrepassare se stesso, e vive per le proprie rivendicazioni. La bêtise inquinante dei relativismi ha dilagato. I danni sembrano irreparabili.
Bibliografia
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