“C’'è sempre un fuori-testo

”Linguaggio e ontologia

In “Testo” 47, 2004

1. La frase tra virgolette è il rovescio di una frase di Derrida: una frase celebre, “il n’y a pas de hors-texte”, che trova posto nel paragrafo “metodologico” della Grammatologia – in quest’ultimo caso le virgolette indicano la reticenza, da parte dell’autore, a venire iscritto nella cornice di un metodo, ma sono anche una menzione del termine che fa comunque la sua comparsa nel titolo del paragrafo: “L’exorbitant. Question de méthode”.1 Se vi sia un metodo derridiano, è questione che potrebbe essere esaminata seriamente solo a partire da una visione non restrittiva di ciò che è un metodo e di ciò che è una regola. E anche di ciò che è un testo, se si ritiene che sia impossibile scrivere un testo senza utilizzare implicitamente delle regole, quale che sia il significato da assegnare a questo termine.

Perché è stato scelto, come punto di partenza per questa riflessione, un enunciato derridiano? Potremmo rispondere, provvisoriamente e ancora una volta, menzionando un passo che appartiene al paragrafo sull’”Esorbitante”: potremmo dire che questo enunciato, sotto certi aspetti, non offre un punto di partenza migliore di altri, egualmente possibili, e tuttavia che esso merita di venir privilegiato in quanto rende visibile una “logica di opposizioni concettuali” (DG, 186), che non è soltanto quella di Derrida. Non resta dunque che procedere in modo empiristico (“Si dirà che questo stile è empiristico e in un certo senso si avrà ragione”, DG, 185) per verificare se questo tentativo ci porterà davvero a comprendere una struttura significante, una logica, un modo di pensare – “un rapporto, non percepito dallo scrittore, tra ciò che egli domina e ciò che non domina” (DG, 182) negli schemi di pensiero di cui fa uso.

L’enunciato “Il n’y a pas de hors-texte” contiene implicitamente, inevitabilmente, una teoria del testo. Dobbiamo cercare anzitutto di comprenderlo, cioè di non fraintenderlo. Perché questo è degli enunciati più fraintesi, nel dibattito tra i teorici della letteratura. Eviteremo dunque di attribuire a Derrida il progetto di un’abolizione del referente, così come gli riconosceremo un riconoscimento parziale del ruolo dell’intentio auctoris. “Ontologizzazione del linguaggio, derealizzazione del mondo”: è così che Franco Brioschi, ad esempio, interpreta il motto derridiano.2 Qui il fraintendimento, o la distorsione, è duplice: in primo luogo perché si fa confusione tra ontologico e ontico, e la dimensione ontologica del linguaggio viene ridotta a una produzione “cosale”; in secondo luogo, perché a quel sistema di segni “onticizzato” che sarebbe il linguaggio viene attribuito il potere di assorbire, o di sostituire integralmente, il mondo degli oggetti. Nella prospettiva di Derrida, scrive Franco Brioschi, “solo il linguaggio sarebbe sempre lì, più oggettivo e imperioso degli oggetti incerti e problematici della scienza”. 3 Mi affretto allora a precisare che il principio “c’è sempre un fuori testo”, parodisticamente enunciato nel titolo, non ha nulla a che vedere con una rivendicazione dei diritti del referente.

Rivendicazione del tutto inutile, se la si intende in polemica con Derrida, la cui filosofia non scuote affatto la nostra credenza nel mondo esterno, e ne ammette l’esistenza con la medesima sicurezza che potremmo riscontrare in una qualsiasi forma di empirismo. Che non ci sia nulla hors-texte non significa che esiste solo il linguaggio; e neanche che il linguaggio avrebbe un “grado di realtà” superiore a quello degli oggetti percepiti nella vita quotidiana o studiati dalle scienze naturali. Pensare mediante la nozione di “gradi di realtà”, privilegiare questa nozione, non è che uno dei molti modi di chiudersi nella fallacia effettuale (con questa espressione indico una riduzione della sfera modale, l’appiattimento del possibile e del necessario sull’effettualità, sulla realtà esistente). Potremmo dire, riprendendo Heidegger, che la fallacia effettuale è una delle forme assunte dall’oblio della differenza ontologica. Potremmo anche ribattezzarla fallacia ontica. È il prodotto di una razionalità anti-modale, il fraintendimento irrevocabile dell’essere come modus.4

Credere che le parole abbiano una consistenza ontica superiore a quella delle cose, sarebbe davvero un’idea delirante. Non è questo, però, che intende Heidegger quando scrive che “parole e lingua non sono come dei cartocci che servono unicamente ad involgere cose per il commercio del parlare e dello scrivere. È solo nella parola e nella lingua che le cose divengono e sono”.5 Qui non dobbiamo cogliere unicamente la polemica contro una concezione strumentale, e meramente pragmatica, del linguaggio; se ci limitassimo a questo, le nostre argomentazioni avrebbero un carattere prevalentemente difensivo; tutto ciò che potremmo ottenere è il riconoscimento del carattere non immediatamente comunicativo del linguaggio, in certi usi – l’ermetismo dei filosofi e dei poeti; ma se enfatizzassimo troppo l’aspetto (o la volontà) di non comunicazione, ci ritroveremmo su quel terreno su cui gli “strumentalisti” ci vorrebbero spingere, una dimensione mistica della Parola in cui essa dominerebbe le intenzioni dei parlanti, storicamente determinati e situati, come un’implacabile usurpatrice.

Non è questa la battaglia che intendiamo combattere. E non semplicemente per rendere giustizia ad Heidegger, benché le precisazioni di ordine filologico e la corretta interpretazione dei testi siano di per sé obiettivi degni della massima attenzione: ma perché un’azione puramente difensiva, e una polemica contro il fanatismo comunicativo, ci allontanano da quella che è la vera lezione dei testi heideggeriani. Ciò che deve venire problematizzato è il nesso tra linguaggio e ontologia. Un ontologia non fattuale, non cosale. Non empirista, se l’empirismo è rappresentato da autori come Quine: “Una strana caratteristica del problema ontologico è la sua semplicità. Esso può venire posto, in italiano, con sole tre parole: ‘Che cosa esiste?’”.6 Questo è un tipico esempio di ciò che chiamo fallacia effettuale: il pluralismo modale dell’essere viene ridotto all’effettualità – e comunque subordinato al primato dell’esistente.

2. Che cosa c’è dunque fuori dal testo, oltre al referente? Certo, il referente non esaurisce l’intero contesto della comunicazione, ma è il rapporto tra parole e cose che richiama maggiormente l’idea di una esteriorità rispetto al linguaggio (l’intentio auctoris potrebbe essere considerata come interna). Ora, nella mistica della Parola, che viene così frequentemente attribuita ad Heidegger (e sulla sua scia a Derrida, e ad altri) l’azione del linguaggio negherebbe proprio tale esteriorità: il mondo degli oggetti sarebbe una poltiglia informe, anteriormente al rito della nominazione. Dalla polemica contro la concezione strumentale e veicolare del linguaggio (“parole e lingua non sono come dei cartocci che servono unicamente ad involgere cose per il commercio del parlare e dello scrivere”) all’azione misteriosamente creatrice del linguaggio (“È solo nella parola e nella lingua che le cose divengono e sono”): il passaggio sembra immediato e inevitabile.

Ciò che è sicuramente evitabile, però, e andrebbe evitato, è l’atteggiamento di chi presume di capire immediatamente alcuni enunciati in cui i termini Wort, Sprache, werden, sein, non vengono impiegati nel significato corrente. Qui non si parla delle parole come se le parole fossero “cose”, e comunque entità che avrebbero il loro modello negli oggetti del mondo naturale; le parole sono invece il risultato di processi articolatori – un autore che può aiutarci a capire Heidegger è Saussure quando scrive: “la lingua è il regno delle articolazioni”.7 Il linguaggio è dunque il potere di articolare, di segmentare arbitrariamente (nel senso dell’arbitrarietà saussuriana) un flusso indifferenziato. Citiamo ancora Saussure: “Preso in se stesso, il pensiero è come una nebulosa in cui niente è necessariamente delimitato”. 8 Il fondatore della linguistica moderna non esclude ogni possibilità di articolazioni “naturali”: “nella maggior parte dei campi che sono oggetto di scienza, la questione delle unità non si pone affatto: esse ci sono date immediatamente. Così, in zoologia, è l’animale che si offre dal primo istante. L’astronomia opera altresì su delle unità separate nello spazio: gli astri …”.9 Il che equivale a dire, nella prospettiva di una teoria degli stili di pensiero, che nella maggior dei campi che sono oggetto di scienza, uno stile separativo risulta valido, efficace. Ma la linguistica non è la zoologia o l’astronomia: “La lingua presenta questo carattere strano e stupefacente di non offrire entità percepibili immediatamente, senza tuttavia che si possa dubitare che esse esistono …”.10

Dunque, il linguaggio non è il duplicato del mondo, e le parole non sono oggetti che stanno al posto di altri oggetti. Se la definizione tradizionale di segno, aliquid stat pro aliquo, è compatibile con questa concezione, la definizione di Saussure non lo è. E neanche quella di Heidegger, evidentemente. Per entrambi, il linguaggio è il potere di articolare. Rispetto a Saussure, Heidegger fa un passo ulteriore, verso una teoria degli stili di pensiero, cercando di distinguere tra un’attività rappresentativa, cioè separativa, e un’attività egli che denomina in vari modi, ma che dal punto di vista logico dovrebbe venir chiamata congiuntiva.11

È proprio questo il punto di vista da cui dobbiamo abituarci a guardare: il pluralismo delle logiche (non un pluralismo monostilistico, ben noto a chi si occupa di logica formale, ma un autentico pluristilismo). L’ipotesi che possiamo introdurre, seguendo Heidegger oltre Saussure, è il pluralismo dei tipi di articolazione. Che non sono soltanto due, quelli intuiti e descritti da Heidegger. È il linguaggio stesso della letteratura che ci costringe a differenziare ulteriormente un’ipotesi, grazie alla quale il linguaggio non viene più pensato come costituito da oggetti dotati di una qualche consistenza ontica – con variazioni che vanno dall’inconsistenza del flatus vocis alla potenza demiurgica.

L’identità del linguaggio ci appare adesso determinata dal pluralismo conflittuale degli stili di pensiero. Nel conflitto che li oppone, nessun regime di senso risulta completamente traducibile negli altri.12 Perciò “è solo nella parola e nella lingua che le cose divengono e sono”. L’identità di una cosa è sempre modalizzata: essa non si esaurisce nelle sue proprietà, dipende dal modo d’essere; e viene conosciuta, sempre e comunque, in un modo di pensare (generalmente misto). L’identità dipende dai rapporti tra stili di pensiero.

È ovvio che questa prospettiva non potrà venire sviluppata, qui, come sarebbe necessario; sono costretto – senza alcuna vanità, mi auguro – a rinviare alle mie ricerche precedenti. Mi sforzerò comunque di rendere il mio discorso sufficientemente comprensibile, se non convincente come vorrei.

Riflettiamo. Stiamo esaminando la dimensione ontologica del linguaggio; abbiamo chiarito, almeno in prima istanza, la differenza rispetto alle concezioni ontiche. Stiamo analizzando l’essere del linguaggio, cioè stiamo utilizzando nel nostro discorso il termine anti-separativo per eccellenza; l’ostilità degli antimetafisici, dei positivisti e dell’attuale filosofia analitica nei confronti di questo termine, essere, non deriva tanto dalla sua presunta, irriducibile vaghezza, come tante volte è stato detto, bensì dalle potenzialità logiche che l’essere include e a cui allude nella sua stessa enunciazione. Le logiche dell’essere (se vogliamo chiamarle così) sono logiche del modus, in un’accezione di “modalità” mai sospettata dai pensatori separativi, e sono logiche congiuntive.13

Ma non basta. Se impariamo a scindere l’ontologico dall’ontico – e possiamo farlo solo in una prospettiva ontologica, evidentemente, che si è precisata come prospettiva modale -, ci troviamo di fronte ad un nuovo spazio semantico per la nozione di “identità”: i vecchi spazi si sono riaperti, le rigidità dei confini sono tornate fluide. L’identità può essere separativa oppure congiuntiva: l’identità può essere semplicemente identità oppure identificazione. Nel primo caso, potremo limitarci ad usare una logica della coincidenza a sé, nel secondo caso dovremo apprendere e assimilare una logica della non-coincidenza.

La domanda quiniana “che cosa esiste?” non esaurisce gli interrogativi sull’identità. Possiamo estendere l’accertamento referenziale, a cui tale domanda mira, dal che (x esiste oppure no?) al che cosa (quali sono le proprietà di x ?), ma resteremo nell’ambito di una concezione proprietaria che non può esaurire l’indagine sull’identità. Forse è adeguata per gli oggetti della zoologia e dell’astronomia, diremo con Saussure, ma non per gli “oggetti” fatti di linguaggio.

3. Il problema, dunque, è l’identità del testo. La logica, o le logiche, della sua identità. Nel paragrafo metodologico della Grammatologia, a cui possiamo adesso tornare, c’è un passo tutto in corsivo che non è meno importante dello slogan “Il n’y a pas de hors-texte”, e che credo ne costituisca la principale chiave di lettura. Lo riporto nella sua interezza: “La sicurezza con la quale il commento considera l’identità a sé del testo, la fiducia con la quale ne ritaglia il contorno, va di pari passo con la tranquilla sicurezza che scavalca il testo verso il suo contenuto presunto, verso il puro significato” (DG, 183).

Troviamo qui alcuni termini essenziali per il discorso di Derrida: l’identità a sé, il contorno, il puro significato. E se rileggiamo attentamente l’intero paragrafo, anziché prelevarne arbitrariamente un enunciato (che esprimerebbe il disprezzo per il referente, e ne decreterebbe la scomparsa o l’abolizione), troveremo altre possibilità di dialogo – prima di formulare delle critiche, anche molto severe, che non vorrebbero comunque derivare dal fraintendimento. Troveremo, con una frequenza che merita di venir sottolineata, il termine logica: ad esempio, “lo scrittore scrive in una lingua e in una logica di cui, per definizione, non può dominare assolutamente il sistema, le leggi e la vita propria” (DG, 181). La presenza e la frequenza di questo termine non sono affatto casuali: Derrida appartiene a una fase di ricerca in cui era fortemente diffusa la convinzione che vi è della logica nella letteratura. Si tratta di uno dei principi teorici in cui si riconoscevano, magari implicitamente, gli strutturalisti quando studiavano il linguaggio e i testi letterari.

Verso la metà degli anni Sessanta, in una fase straordinariamente feconda per la teoria, veniva usata frequentemente l’espressione logica del significante; un’espressione di per sé ambigua e contestabile, in quanto la separazione tra significante e significato è, a rigore, impensabile, e proprio Derrida lo ricorda, più di una volta, nella Grammatologia: “Il ‘primato’ o la ‘priorità’ del significante sarebbe un’espressione insostenibile e assurda che dovrebbe formularsi illogicamente nella stessa logica che vuole, con tutta legittimità, distruggere. Il significante non precederà mai di diritto il significato, altrimenti non sarebbe più significante e il significante ‘significantÈ non avrebbe più nessun significato possibile. Il pensiero che si annuncia in questa impossibile formula senza riuscire a dimorarvi deve dunque enunciarsi diversamente: non potrà farlo che diffidando dell’idea stessa di segno, di ‘segno-di’ che resterà sempre attaccata al fatto stesso che qui è messo in questione. Dunque, al limite, distruggendo tutta la concettualità ordinata intorno al concetto di segno (significante e significato, espressione e contenuto, ecc) (DG, 22-23, nota 9). Derrida ha assolutamente ragione nell’indicare un’”impossibilità”, attraverso la quale tenta di emergere una nuova prospettiva di ricerca, una nuova logica, e comunque una diversa riflessione sui procedimenti e sugli stili della logica.

Qual è dunque la posta in gioco? Dal fatto che è “impossibile come principio separare, per interpretazione o commento, il significato dal significante” (DG, 183) non va derivata inevitabilmente una nozione di “significato” che Derrida chiama trascendentale o puro, e che è in ogni caso un “significato fuori testo” (signifié hors texte) (DG, 182). Ecco l’hors-texte rispetto a cui Derrida si preoccupa di affermare che “il n’ya pas de”. Un fuori-testo che trova facilmente motivazioni di ordine referenziale (“realtà metafisica, storica, psico-biografica, ecc”; ibidem) ma che non limita ad esse.

La posta in gioco è anzitutto metodologica, anche se le sue implicazioni nell’ambito dell’ontologia sono innegabili. Si tratta di capire come si deve leggere un testo, che cos’è un atto di lettura. La prima, la più spontanea e la più diffusa tra le diverse possibilità, è quella del commento raddoppiante (commentaire redoublant), che si prefigge la restituzione dell’intenzionalità cosciente, volontaria, espressa nel testo. Una pratica di lettura di cui va riconosciuta parzialmente la legittimità, altrimenti “la produzione critica rischierebbe di farsi in un senso qualsiasi e di autorizzarsi a dire più o meno qualsiasi cosa” (DG, 182), e di cui però bisogna riconoscere i limiti: “questo indispensabile parapetto non ha mai fatto altro che proteggere, non ha mai aperto una lettura” (ibidem). Il commento raddoppiante è dunque referenzialmente orientato: le origini del senso, che nel testo sono delimitate, elaborate e racchiuse, andrebbero cercata nella realtà (psico-biografica, storica, linguistica) dell’autore. Ma a questa pratica di commento, osserva Derrida, se ne aggiunge frequentemente un’altra: si tratta della lettura psicoanalitica, che sembra allontanarsi dalla forma della duplicazione per mettere in atto procedure interpretative, e che però – non solo nei fatti: sovente esse coesistono in un medesimo studio – è più solidale di quanto non si creda con il metodo tradizionale.

La differenza starebbe in questo: alla disinvoltura con cui il commento “considera l’identità a sé del testo” e “ne ritaglia il contorno” si oppone “la tranquilla sicurezza che scavalca il testo verso il suo contenuto presunto, verso il puro significato”. La lettura psicoanalitica “trasgredisce” il testo in direzione di un significato nascosto o anche di “una struttura psicologica generale che si potrebbe di diritto separare dal significante” (DG, 183); anche la lettura tradizionale, tuttavia, è colpevole di un movimento verso l’esterno, il referente, il fuori : perciò la loro differenza si attenua notevolmente, la solidarietà prevale.

Tanto più che, dal punto di vista logico, nessuno dei due metodi mette in discussione “l’identità a sé del testo”. Che il significato di un testo vada cercato nella realtà (intenzionale, storica, ecc) del singolo autore oppure nella struttura psicologica generale (e astorica) della stirpe umana, la lettura consiste sempre in un movimento verso il fuori, in una “trasgredienza”.

Ma, si dirà, la logica congiuntiva, oltrepassante, da noi auspicata non implica forse un movimento trasgrediente verso l’esterno? L’obiezione è facilmente prevedibile: chi fa uso di una razionalità separativa non può non sentirsi fortemente disorientato – e anche irritato, per le oscillazioni e i rovesciamenti di una logica che gli risulta incomprensibile. Come far coesistere le seguenti asserzioni: a) Heidegger, Derrida, e l’autore di questo articolo mettono in atto una logica congiuntiva; b) congiungere è oltrepassare, legare il dentro e il fuori; c) Derrida condanna il movimento verso il fuori (il n’y a pas de hors-texte); d) l’autore di questo articolo lo considera necessario e inevitabile.

4. Senza dubbio occorrono distinzioni nuove, e più precise, rispetto a quelle utilizzate da Heidegger e da Derrida: la famiglie delle logiche congiuntive dovrà scindersi in stili eterogenei, il confusivo e il distintivo. Il due si dividerà in tre, ma anzitutto l’uno si divide in due: non va dimenticata la differenza tra testi che coincidono con se stessi e testi che non-coincidono con se stessi (una differenza fondamentale anche per la riflessione di Bachtin e di Lotman).

Che un testo appartenga (principalmente, o totalmente) al primo o al secondo tipo, verrà deciso pragmaticamente, in modo sperimentale, attraverso la pratica delle letture e il loro conflitto. Compito della teoria è proporre buone distinzioni, indispensabili per una buona valutazione – ma una buona valutazione non si limita a una procedura classificatoria. Ora, se vogliamo procedere con rigore, dobbiamo esaminare attentamente il significato di termini come dentro e fuori, problematizzando il loro uso quotidiano. Le regole che permettono di produrre un testo vanno considerate interne al testo oppure esterne? Consideriamo anzitutto un esempio molto semplice, di quelli che trovano così facili consensi da parte di certi studiosi di semiotica: una scambio cifrato tra due agenti segreti, i quali stabiliscono che il significante /padre/ indicherà “pericolo” e il significante /madre/ indicherà “via libera”. Questo codice è semplicissimo e basato soltanto su due correlazioni tra significante e significato. Le regole che fissano il rapporto tra ciascuna sequenza di lettere e il rispettivo significato sono regole interne oppure no? E se volessi dire che sono esterne, in che senso lo direi? Non nello stesso senso in cui le automobili, che passano nella via in cui si trova la mia abitazione, lo sono rispetto all’ambiente in cui vivo e in cui mi trovo adesso. Se è facile attribuire un valore separativo alle pareti di un’abitazione, non altrettanto giustificata potrebbe apparire la separazione tra regole e testi (o enunciati).

Ancora una volta il mondo esterno, il mondo degli oggetti fisici, ci appare come un cattivo modello per i problemi linguistici. Certo, potremmo dire che le regole vanno considerate esterne, esteriori, rispetto ai testi che saranno prodotti mediante la loro applicazione, in quanto nessuna realizzazione (performance) si aggiunge necessariamente a quelle già esistenti. La nozione stessa di “creatività linguistica”, cioè la possibilità di produrre infiniti enunciati a partire da un numero finito di elementi, sembra confermare l’indipendenza, l’anteriorità, e dunque l’esteriorità delle regole.

Ma quello che si fatica a comprendere, in un discorso di questo genere, è la sua importanza o fecondità. Quale utilità dovremmo attribuire a un simile dibattito su immanenza o trascendenza? Ciò che occupa o preoccupa Derrida, quando scrive che “la scrittura letteraria si è quasi dappertutto e quasi sempre, secondo modi e attraverso età molto diverse, prestata da sé a questa lettura trascendente, a questa ricerca del significato che qui mettiamo in questione” (DG, 184), va compreso in un’altra prospettiva. Qui non si tratta di valutare se le regole si trovino, in rapporto ai testi, in una posizione di esteriorità spaziale o quasi-spaziale o pseudo-spaziale; il vero problema è l’individualità del testo.

E la più grave minaccia per l’individualità di un testo – minaccia che percepiamo solo nei confronti dei testi originali, inventivi, semanticamente densi – è il venir riportato a un fuori preesistente, che lo spossessi della sua originalità e lo riduca a ciò rispetto a cui quel testo è “balzato fuori”. Questa esteriorità negatrice può consistere nella situazione biografica, o storica, insomma nel referente autoriale ed epocale, oppure nella struttura generale della psiche (se la psicoanalisi continuasse a venir applicata alla letteratura nei modi descritti da Derrida).14 Abbiamo probabilmente messo a fuoco il vero problema, discusso nella Grammatologia.

Un problema antico, che le scienze del linguaggio avevano reso attuale nella stagione strutturalista, quando la linguistica veniva indicata come disciplina-modello in tutto il campo delle scienze umane. Nei termini tradizionali: individuum est ineffabile. Si riduce a questo la polemica anti-strutturalista di Derrida? Sì e no. È evidente che nel nuovo contesto il problema debba assumere nuove implicazioni, teoriche e metodologiche. Ma l’aspetto decisivo è che, rispetto al dibattito tradizionale, esso viene affrontato con una diversa logica.

Il n’y a pas de hors-texte” è un invito a ribellarsi contro il fuori preesistente: non il mondo degli oggetti empirici !, ma le metodologie riduttive, soprattutto le più recenti, quelle legate a una linguistica che si dice “scientifica”. È un invito a rimettere in discussione “tutta la concettualità ordinata intorno al concetto di segno (significante e significato, espressione e contenuto, ecc.)” (DG, 23), perché nella linguistica “scientifica” nuove tecniche e nozioni metafisiche si sono intrecciate al di là delle intenzioni e della consapevolezza dei singoli studiosi. Si tratta ora di valutare quale sia stato il contributo della decostruzione, ma prima di tutto la coerenza con cui il programma decostruzionista era impostato.

Per quale motivo non c’è fuori testo? Se l’enunciato che stiamo discutendo va inteso come un invito alla ribellione metodologica, perché non lo si è formulato diversamente? Non sarebbe stato più opportuno che Derrida scrivesse: “non ci deve essere fuori-testo”? Quanti fraintendimenti si sarebbero evitati! Il partito di coloro che sono “pazzi per la realtà” (per ricalcare un’espressione di Nietzsche) non ci avrebbe costretti ad ascoltare proteste infondate, inutili, fuorvianti. A difesa di Derrida si potrebbe osservare che l’autore della Grammatologia aveva fornito una chiara indicazione, nel titolo del paragrafo che sarebbe stato tanto discusso: “L’esorbitante. Questione di metodo”.15

Nondimeno la domanda resta legittima: perché Derrida ha formulato il suo invito nella forma di un’asserzione? Soltanto per ragioni retoriche, cioè per esprimere la sua ribellione con la massima energia? Io credo che qui si debba leggere soprattutto un’affermazione positiva, vale a dire: la logica dei testi letterari – dei grandi testi: Derrida non si cura evidentemente della “letteratura” di consumo - è una logica congiuntiva. Non esiste un’altra logica (pertinente alla letteratura).

5. Non c’è fuori-testo, perché il fuori è già dentro, perché la logica congiuntiva è una logica del dentro-fuori. Non ci sono legami verticali tra testi e regole (o codici), perché esistono solo legami orizzontali tra i testi: questo è, parzialmente, l’anti-platonismo di Derrida, il suo nominalismo estremo.

Interroghiamoci ora sulle conseguenze metodologiche della logica congiuntiva, che sembra generare e privilegiare inevitabilmente una teoria dell’intertestualità: il “dentro” di ogni testo è costituito dal “fuori” di altri testi, la descrizione e l’interpretazione avvengono mediante connessioni orizzontali. Ogni identità è costituita dall’alterità. Il rischio – che Derrida non ha saputo intuire, e di cui non sembra mai essersi reso conto nelle sue analisi testuali – è che un’alterità ossessiva si trasformi in un eccesso, in una proliferazione incontrollabile e illusoria di somiglianze. In quanto abitato da altri testi, ogni testo finisce inevitabilmente con il somigliare ad essi più di quanto non resti identico a se stesso – e sia pure in un’accezione di identità come “non-coincidenza”. Ancora una volta, dobbiamo mettere l’accento sulla necessità di molti chiarimenti di natura logica.

Nell’impostazione di Derrida, la logica congiuntiva diventa una logica seriale o del supplemento: e la “struttura significante che la lettura critica deve produrre” (DG, 182) si rivela una struttura di supplementarità. È così che viene realizzata (prodotta) la lettura di Rousseau: “Il tema della supplementarità non è probabilmente, sotto certi aspetti, che un tema tra altri. È dentro una catena, portato da essa. Forse gli si potrebbe sostituire altro. Ma avviene che esso descrive la catena stessa, l’essere catena di una catena testuale, la struttura della sostituzione, l’articolazione del desiderio e del linguaggio, la logica di tutte le opposizioni concettuali assunte da Rousseau” (DG, 186) e che legherebbero Rousseau alla storia, e alla struttura, della metafisica occidentale. Mediante la nozione di “catena” viene a precisarsi l’antiplatonismo di Derrida, che non mira tanto (o solamente) ad eliminare i “doppi” metafisici quanto a mettere in discussione la coppia “originario/derivato”: non il rasoio di Occam,16 ma l’inserimento dell’origine nella serie, del modello nella lista delle copie.

I supplementi compongono una catena, che è governata da una logica. E una catena è una serie di anelli, il primo dei quali può venir chiamato origine. La tesi di Derrida è l’assenza di origine – “tutto inizia con l’intermediario, ecco ciò che è ‘inconcepibile per la ragionÈ” (DG, 181): per la ragione separativa o disgiuntiva, ovviamente.

Consideriamo un esempio: la catena “madre – M.lle Lambercier – Mme de Warens – Thérèse – ecc.” in cui bisogna inserire anche “le dangereux supplément”, l’autoerotismo. Per Derrida non c’è origine: la madre perduta non può svolgere la funzione di anello originario non perché sia morta dando alla luce Jean-Jacques, ma perché nessuna madre – contrariamente a quanto sostiene la psicoanalisi – è “originaria”. Esiste solo una catena di sostituzioni. Analogamente non esiste una natura non intaccata originariamente dall’artificialità che le subentra (per ragioni misteriose, in quanto la natura dovrebbe bastare a se stessa, DG, 167, e non dovrebbe esigere alcun supplemento).

Questa logica paradossale,17 cioè congiuntiva, che la razionalità occidentale non riesce a pensare, e da cui viene in diversa misura dominata – ci sono autori che comunque la lasciano emergere, altri che la reprimono o la escludono con rigida coerenza -, è dunque una logica seriale; in quanto logica testuale è un tentativo di descrivere i testi come governati da catene, da successioni di elementi agganciati gli uni agli altri: ogni anello è dentro-fuori. La metafora-concetto della “catena” (Derrida respingerebbe l’opposizione troppo netta tra queste due nozioni) mette in evidenza, e comunque rende più intuitivo un tipo di logica, ma nello stesso tempo può rivelarne i limiti. Agganciati gli uni agli altri, gli elementi della serie diventano troppo simili: la loro possibile eterogeneità viene sacrificata, l’individualità di ogni elemento viene minacciata dalle relazioni con gli altri.18

Ma questo è proprio il difetto metodologico che Derrida rimproverava agli altri tipi di lettura: la riduzione a un fuori preesistente. Adesso il “fuori” prende la forma di una filosofia congiuntiva e paradossale, che non sa comprendere i propri paradossi: e il metodo – lo si può chiamare così – decostruzionista appare esterno ai testi, va a insediarsi in quello spazio di esteriorità in cui si trovano già il commento raddoppiante, la spiegazione referenziale, il richiamo alle strutture generali della psiche. Per questo, contro Derrida e l’insufficienza del suo progetto, anzitutto per questo diventa legittimo affermare che “c’è sempre un fuori testo”.

6. Il titolo di quest’articolo rende omaggio all’ineffabilità degli individui? Solo in parte. L’individualità non dovrebbe venir pensata come una fonte di frustrazione per ogni progetto di teoria, come un limite punitivo; al contrario, dovremmo imparare a scorgervi una fonte d’ispirazione. L’inesauribilità del singolo – tanto maggiore quanto più il singolo è ricco di pluralità e di complessità – non ci vieta di analizzarlo: l’individuuum è un dividuum nel senso della sua analizzabilità.

Il presupposto di ogni tentativo di analisi è la finitezza, che in prima istanza è la dimensione a cui ogni singolo – persona o testo – appartiene. Anche le opere che aprono mondi più di quanto non appartengano ai mondi che esprimono e da cui provengono, sono storicamente determinate. La teoria e la storia si scavalcano reciprocamente, come il nano e la principessa in un apologo di Kierkegaard.19 Proprio la finitezza suggerisce di non inchinarsi senza riserve al principio di ineffabilità: nessuna invenzione è assoluta, nessuna individualità è svincolata dalla coazione a ripetere. Ma ciò non significa che l’analisi consista nel riportare, totalmente o parzialmente a secondo della complessità dei casi, l’irripetibile al ripetibile, l’originale al codificato. Prima di ammettere i limiti della teoria, bisognerebbe riconoscere i limiti epistemologici di quei modelli d’analisi (si pensi al campo della semiotica) che si muovono nello spazio di un’opposizione, che andrebbe invece decostruita. Finitezza significa meno “limitazione” che non “determinatezza”.

Un testo è determinato non perché ha dei confini esterni (la nicchia spazio-temporale della sua genesi, un inizio e una fine), ma perchénon ha dei confini interni. Dunque, è flessibilmente determinato. Nella sua pluralità, nella mescolanza e nella conflittualità degli stili e dei regimi di senso, ciascuna delle unità semiotiche che lo compongono viene oltrepassata. D’altronde, ciascuna di queste unità è il prodotto di un’analisi – perché la lingua, come diceva Saussure, “presenta questo carattere strano e stupefacente di non offrire unità percepibili immediatamente”: ogni analisi sposta i confini interni, li modella in una prospettiva diversa. È il destino delle opere che vivono nel “tempo grande” (Bachtin).

L’errore di Derrida consiste nell’aver subordinato la complessità interna dell’opera d’arte, la sua flessibile determinatezza, all’indeterminatezza delle connessioni possibili, a catene sempre aperte secondo la logica del supplemento. La possibilità di nuovi anelli fa dimenticare “gli anelli necessari dello stile” (Proust). Io ritengo invece che un testo – anche un testo parergonale – trovi la sua identità nel polemos delle relazioni da cui è costituito, e che lo distingue da altri testi. Omnis determinatio est negatio. Al connessionismo illimitato di Derrida va dunque opposto un principio di determinatezza, in virtù del quale ogni testo afferma la propria unicità. Purché sia in grado di affermarla, naturalmente: le tesi che stiamo enunciando si riferiscono ai testi plurali, flessibili, definiti dalla mobilità dei confini interni. Nel caso dei testi stereotipati, la determinatezza è meno affermata che imposta: l’identità ha, nietzscheanamente, un carattere reattivo.

C’è sempre un “fuori testo”, vale a dire: ogni testo è definito dalle sue divisioni, che sono abbastanza determinate per distinguerlo da altri testi. Un testo può non coincidere con se stesso (è il caso delle opere grandi): ciò non implica il primato delle connessioni, né il primato delle connessioni intertestuali su quelle infratestuali, né un’analisi del testo in cui le connessioni infratestuali siano trattate come intertestuali. Al contrario: se vi vuole analizzare la non-coincidenza occorre scindere la logica congiuntiva, elaborare una logica del diviso. Potenzialmente, una logica congiuntiva è la più favorevole alle differenze.

Note

  1. J. Derrida, De la grammatologie, 1967 (trad. it. Jaca Book, Milano 1969). D’ora in avanti citato in sigla: DG, seguito dal numero di pagina della traduzione italiana. Il paragrafo “L’esorbitante” comprende le pp. 181-187. L’enunciato “Non c’è fuori-testo” è a p. 182.
  2. F. Brioschi, Critica della ragion poetica e altri saggi di letteratura e filosofia, Bollati Boringhieri, Torino 2002, p. 254.
  3. Ibidem.
  4. Per la riflessione sulle modalità, gli stili di pensiero, e per tutta l’impostazione di questo saggio, sono costretto a rinviare ad altri miei scritti. In particolare a Teoria dello stile, La Nuova Italia: Firenze 1997, e a Jacques Lacan. Arte linguaggio desiderio, Il Sestante: Bergamo, 2002.
  5. “denn die Worte und die Sprache sind keine Hülsen, worin die Dinge nur für den redenden und schreibenden Verkehr verpackt werden. Im Wort, in der Sprache werden und sind erst die Dinge”, M. Heidegger, Einführung in die Metaphysik, 1935 (trad. it. Mursia, Milano 1966, p. 25).
  6. W.V.O. Quine, “Su ciò che vi è” (1948), ora in From a logical point of view, trad. it. Il problema del significato, Ubaldini, Roma, 1966, p. 3.
  7. F. de Saussure, Cours de linguistique générale (1916), trad. it. Laterza: Roma-Bari 1970, p.137.
  8. Ibid., p. 136.
  9. Ibid., 129.
  10. Ibid., 130.
  11. Nel linguaggio dell’ultimo Heidegger, l’opposizione è tra un pensiero calcolante e un pensiero meditante.
  12. Tutto ciò corrisponde a un principio di relatività, non al tradizionale relativismo che dissolve l’assoluto nel molteplice della doxa.
  13. Su un terreno non filosofico, benché ricchissimo di implicazioni filosofiche, si pensi alla psicoanalisi. Il desiderio di essere, per Freud, è ciò che trasforma l’identità separativa in identità congiuntiva: infatti il desiderio di essere è il motore dell’identificazione, cioè di tutti i processi che ci portano oltre i nostri confini. Processi essenziali: l’uomo è un animale oltrepassante, la sua identità è composta dalle sue identificazioni.
  14. È l’atteggiamento tradizionale – in parte, ma solo in parte, l’atteggiamento di Freud. Per una diversa impostazione, di scuola lacaniana, rinvio all’articolo di Massimo Recalcati, “L’arte come organizzazione del vuoto. Per una psicoanalisi implicata all’arte”, in “Arcipelago”, n. 3, 2002, Il Sestante, Bergamo.
  15. In realtà, di questo paragrafo sarebbe stato discusso quasi solo un enunciato, staccato dal contesto. Non è inutile ribadirlo.
  16. Che, nella mia prospettiva, non potrei non definire un rasoio “cosale” (o anti-cosale, ma pur sempre estraneo alla problematica del modus).
  17. Il termine paradosso viene usato frequentemente da Derrida (ad es. DG, 169).
  18. La non-equivalenza tra Mme de Warens e Therèse, per esempio, non ha bisogno di essere sottolineata.
  19. “… Un giorno si concesse un po’ di siesta. Quando un’ora dopo si destò, la principessa era sparita. Prontamente s’infilò i suoi stivali delle sette leghe; un sol passo, e la sopravanzò di gran lunga” (S. Kierkegaard, Enten – Eller, 1843; trad. it. Adelphi, Milano 1970, t. I, p. 86).
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