“Non serviam

”Tirannia del linguaggio e libertà degli stili

Relazione al colloquio franco-italiano “Joyce e l’arte. Supplenza, sublimazione, sinthomo”  (Trieste, 31 marzo / 1 aprile 2012). I testi del colloquio saranno pubblicati da LETTERa, rivista di clinica e cultura psicoanalitica (ALIPSI).

1. “I will not serve”, io non servirò, dice più di una volta Stephen Dedalus nel Portrait.1 A che cosa intende ribellarsi Stephen, a quale norma? A quale disciplina, a quale ‘torturante’ disciplina? Che quest’aggettivo possa venir riferito alla presa che il linguaggio esercita sulla condizione umana, è Lacan ad affermarlo: “La psychanalyse devrait être la science du langage habité par le sujet. Dans la perspective freudienne, l’homme, c’est le le sujet pris et torturé par le langage”.2 Poche righe sopra, Lacan parla di un ritorno alla verità di Freud, attraverso la linguistica moderna. Dunque la linguistica aiuta Lacan a dire la verità sulla verità di Freud: la linguistica, quella saussuriana in particolare, svolge per Lacan un ruolo ‘alethico’ (mi riferisco ovviamente alla concezione della verità come aletheia, che più di una volta egli riprende da Heidegger). Possiamo dire che, reciprocamente, nell’alleanza tra psicoanalisi e discipline linguistiche, la psicoanalisi è in grado di svolgere un ruolo alethico per quanto riguarda la verità del linguaggio?

Senza dubbio questa è la convinzione di Lacan. E se aletheia significa ‘trarre fuori dal nascondimento’ 3 (dévoilement, être-dévoilant), dobbiamo chiederci che cosa è nascosto nel fenomeno del linguaggio: che cosa non si manifesta in ciò che chiamiamo fenomeno, e che dovrebbe essere, etimologicamente e concettualmente, manifestazione. Si ricordi che nascosto non equivale a ‘celato nelle profondità’. L’inconscio non sta in cantina più di quanto non stia in soffitta, e il nascondimento riguarda la superficie non meno della profondità. Nascosto vuol dire: latente, non accessibile a uno sguardo che crede di vedere. Nelle lezioni del Séminaire II che anticipano l’ouverture degli Ecrits, cioè LeSéminaire sur “La lettre volée”, Lacan osserva che

“Vous voyez bien qu’il ne peut y avoir quelque chose de caché que dans la dimension de la vérité. Dans le réel, l’idée même d’une cachette est délirante – si loin dans les entrailles de la terre que quelqu’un soit allé porter quelque chose, ça n’y est pas caché, puisque s’il y est allé, vous pouvez y aller aussi. Ne peut être caché que ce qui est de l’ordre de la vérité. C’est la vérité qui est cachée, ce n’est pas la lettre. Pour les policiers, la vérité n’a pas d’importance, il n’y a pour eux que réalité, et c’est pour cette raison qu’il ne trouvent pas”.4

Non c’è verità senza conflitto con la non-verità. Questo passo è molto heideggeriano, tuttavia non dobbiamo limitare la nozione di aletheia al conflitto tra essere-nascosto e svelamento (o scoprimento): quest’opposizione è troppo semplice, rischia di essere ripetuta sterilmente, come un refrain. Non è esattamente questo che è accaduto nel campo dell’ermeneutica? L’aletheia resta suggestiva e oscura, senza un’ulteriore analisi.

 

2. Quando si affronta la questione del linguaggio, sembra necessario mettere Lacan contro se stesso: occorre ritrovare una conflittualità feconda, grazie a cui Lacan ha inaugurato – parallelamente ad Heidegger – una via difficile e complessa. Cercherò adesso di indicarla, di ritrovarla, nel periodo in cui – come si dice frequentemente – Lacan privilegiava il registro del Simbolico. Anziché insistere sull’evoluzione che ha poi condotto Lacan ad accentuare il ruolo del reale, vorrei mostrare la disomogeneità nella concezione del Simbolico.

Questa disomogeneità attraversa l’intero movimento strutturalista. Il fatto che non sia stata percepita adeguatamente dai suoi protagonisti non ci deve sorprendere: un ritardo di consapevolezza metodologica è del tutto normale quando si sperimentano nuove forme di pensiero. A distanza di tempo, però, la frattura che attraversava il movimento è diventata visibile. Vorrei distinguere allora tra due versioni dello strutturalismo: uno strutturalismo che chiamerò grammaticale, e che ha i suoi rappresentanti più emblematici in Jakobson e Lévi-Strauss, e uno strutturalismo che chiamerò trasformazionale, una linea di ricerca minoritaria dal punto di vista delle adesioni, e che trova la sua espressione più convincente in Lacan (ma anche in alcuni saggi di Barthes). Contro questa distinzione si potrebbero avanzare delle riserve, ricordando i debiti di Lacan nei confronti di Jakobson e di Lévi-Strauss. Non intendo negarli: la mia tesi è che la vera concezione lacaniana del linguaggio non poteva essere jakobsoniana e neppure lévi-straussiana.

Che cosa caratterizza lo strutturalismo grammaticale – che è anche la posizione rispetto a cui si è definito polemicamente, in maniera semplicistica ma non del tutto ingiustificata, il post-strutturalismo? Potremmo sintetizzarlo in tre tesi:

(i) il soggetto è un effetto del linguaggio o, se si vuole, è interamente avvolto dal linguaggio;

(ii) il linguaggio è un fenomeno eteroclito; può essere studiato solo se si introduce la distinzione saussuriana tra langue e parole (e si concentra la ricerca sulla langue);

(iii) la langue ha due significati: è un insieme di abitudini sociali, ed è un campo di virtualità. Ma poiché queste virtualità sono governate dalle abitudini sociali, da convenzioni diffuse, il primo significato prevale sul secondo. L’ambito della libertà e della singolarità può essere trovato soltanto nelle realizzazioni individuali (la ‘parole’).

A queste tesi occorre probabilmente aggiungerne una quarta: per lo strutturalismo, la linguistica è la scienza pilota, ma per lo strutturalismo grammaticale c’è un settore che svolge un ruolo ‘pilotante’ e modellizzante, ed è la fonologia. Di qui la nozione di struttura, definita in base a (a) un inventario limitato di elementi, (b) le regole di una combinatoria.5

Qual è la posizione di Lacan? Senza dubbio egli condivide la prima tesi, che potremmo anche chiamare ‘tesi di avvolgimento’. Ad esempio, in Fonction et champ scrive:

“Les symboles enveloppent en effet la vie de l’homme d’un réseau si total qu’ils conjoignent avant qu’il vienne au monde ceux qui vont l’engendrer ‘par l’os et par la chair’, qu’ils apportent à sa naissance avec les dons des astres, sinon avec les dons de fées, le dessin de sa destinée …”.6

Dobbiamo ritenere che Lacan condivida anche le altre tesi? Io parlerei di un consenso provvisorio e parziale. Non attribuirei frettolosamente a Lacan un consenso rispetto alla terza tesi – che, in ogni caso, esige dei chiarimenti. In Saussure non sembra esserci contrasto tra le due accezioni della langue, come insieme di abitudini e come sistema virtuale. Tuttavia, possiamo attribuire a Lacan anche ‘la tesi di abitudine’? Nei termini del Seminario XI: l’automaton della langue sarebbe eluso soltanto dalla tuche della parole?

 

3. Dobbiamo tornare ad Heidegger e a quella che è forse l’affermazione maggiore di Essere e tempo: nel par. 7 si dice che “Plus haute que la réalité (Wirklichkeit) s’érige la possibilité”.7 La ‘maggiore altezza’, il rango maggiore o superiore del possibile rispetto all’effettuale non va inteso nel senso dell’universalità (perché l’essere – precisa Heidegger - non è un concetto di genere, e non va pensato come una svaporante generalità). Qualunque domanda sull’essenza, anche le domande non essenzialiste, costrette a presentarsi nella forma grammaticalmente fuorviante del ‘che cos’è’ – qualunque domanda sull’essenza va intesa come una domanda sulla possibilità, sul poter-essere.

L’affermazione del par. 7 va compresa e sviluppata tenendo conto della differenza tra modi d’essere: la possibilità dell’ente che noi stessi siamo (il Dasein – l’étant que nous sommes nous-mêmes) è diversa da quella che caratterizza l’ente intramondano ((être au sein du monde), inteso come semplice-presenza (être-là-devant, Vorhandenheit), oppure utilizzabilità (utilisabilité, Zuhandenheit). Ora, qual è il modo d’‘essere del linguaggio? qual è il suo statuto ontologico? Somiglia, o quantomeno si avvicina, a quello del Dasein? Forse questa domanda non viene mai posta esplicitamente da Heidegger, tuttavia dai suoi scritti è derivabile una risposta non ambigua:

- il linguaggio è la casa dell’essere. Dunque la sua dimensione è ontologica, e non ontica;

- il linguaggio è attraversato dal conflitto tra modi. A questo proposito c’è un passo molto perspicuo in Che cosa significa pensare:

"Le parole non sono termini (Die Worte sind keine Wörter) e quindi non sono simili a secchi e botti, da cui si possa far uscire un contenuto esistente (vorhanden). Le parole sono sorgenti che il dire scava, sorgenti che di continuo devono essere cercate e scavate, che facilmente franano, ma che a volte anche sgorgano all'improvviso. Senza il continuo rinnovarsi dell'accesso alle sorgenti, i secchi e le botti restano vuoti o ciò che li riempie (ihr Inhalt) resta qualcosa di stantio".8

 

La quasi totalità dei lettori – almeno a mia conoscenza - si ferma alla prima definizione: il linguaggio è la casa dell’essere, dunque non è uno mero strumento, un utilizzabile. Noi non parliamo, piuttosto siamo parlati dal linguaggio. Non si può che concordare, evidentemente, con la critica alla concezione strumentale del linguaggio. Ma Heidegger dice molto di più, presenta una visone conflittuale del linguaggio: un conflitto modale, perché riguarda i differenti modi del linguaggio. Questi modi li chiamerò stili di pensiero, o anche regimi di senso.

Quali sono i modi più essenziali? Questo è un problema di articolazione. Dobbiamo recuperare la definizione più bella e più saussuriana, del Cours de linguistique générale: “On pourrait appeler la langue le domaine des articulations”.9

Si noti che in questo passo Saussure non parla di significanti e di significati – eppure sta definendo la langue ! Egli sceglie come prospettiva un concetto che ‘sta più alto’ (cioè che ha una forza prospettica superiore) di significante e significato: il concetto di ‘articolazione’.

 

4. Siamo in una zona decisiva di convergenza tra il pensiero di Heidegger e quello di Lacan. Il linguaggio viene pensato a partire dalle possibilità dell’Esserci, e non dalla semplice-presenza o dall’utilizzabilità. Cerchiamo di precisare molto rapidamente questa differenza: le possibilità di uno strumento sono quelle previste da chi lo ha progettato, sono delimitate dal suo funzionamento (senza escludere usi ‘impropri’, contestualmente imprevedibili, ma che non mutano lo statuto strumentale dell’oggetto). Naturalmente, in una certa misura, anche il linguaggio può essere concepito e impiegato come uno strumento. Ma quali sono invece le sue possibilità non strumentali?

Queste possibilità dipendono dalla pluralità dei tipi di articolazione. La langue dei linguisti presenta soltanto un tipo, cioè l’articolazione che chiamerò separativa - quella che Saussure mostra nella schema dei due flussi.10 Vorrei aprire una breve parentesi: per valutare se la novità e la forza del pensiero strutturalista sono state adeguatamente comprese, possiamo usare come criterio anzitutto la presenza o l’assenza di questo schema (non strettamente nella sua forma grafica, ma nel suo ruolo concettuale). Se non ci sono riferimenti allo schema dei due flussi, ciò implica che il pensiero di Saussure non è stato capito, e anche i discorsi sul primato del significante, così frequenti in ambito lacaniano, sono di corto respiro. Che Lacan abbia compreso bene il significato rivoluzionario della linguistica di Saussure, è provato dai suoi riferimenti: lo schema viene descritto e compare esplicitamente nel Séminaire III (a p. 296 dell’edizione francese, nel capitolo XXI); viene menzionato nell’Instance de la lettre dans l’inconscient, quando Lacan scrive:

“La notion d’un glissement incessant du signifié sous le signifiant s’impose donc, - que F. de Saussure illustre d’une image qui ressemble aux deux sinuosités des Eaux supérieures et inférieures dans les miniatures des manuscrits de la Genèse. Double flux où le repère semble mince des fines raies de pluie qu’y dessinent les pointillés verticaux censés y limiter des segments de correspondance”.11

Da questa descrizione allegorico-metaforica vorrei trarre due aspetti:

- la metafora della pioggia, delle righe di pioggia – così Lacan indica ciò che per Saussure sono le articolazioni, cioè “une série de subdivisions contiguës dessinées à la fois sur le plan indéfini des idées confuses et sur celui non moins indéterminé des sons”.12

- ma anche il carattere tenue (mince) delle righe di pioggia. Questa percezione ci suggerisce uno sviluppo del pensiero di Saussure. Senza dubbio, la finezza o sottigliezza delle articolazioni non basta a mettere in discussione il loro stile, che è il separativo. Le articolazioni descritte da Saussure sono rigide - il che non significa, si badi, che siano statiche. Anzi, possono cambiare e tendono a cambiare continuamente: ma una rigidità che subentra a un’altra rigidità non cambia il regime articolatorio, non lo rende flessibile.

Tuttavia la tenuità può essere intesa come una resistenza superabile: possiamo allora immaginare articolazioni non separative (o disgiuntive), bensì congiuntive. Possiamo immaginare una versione estrema del congiuntivo, che chiameremo confusivo – un regime fatto di sovrapposizioni, sconfinamenti, accavallamenti, ibridazioni. Joyce è il maggior rappresentante di questo regime, in letteratura.

La lingua di Finneganns Wake è una lingua congiuntiva/confusiva: è costituita da una serie interminabile di puns, o calembour, che in italiano vengono chiamati parole-valigia. Un esempio: sansglorians – un termine che condensa diverse parole di diverse lingue: sang, sans, sanglot – glory – gloria, glorians, e altre ancora, se si vuole proseguire questo esercizio di articolazione nei confronti di un termine denso. Userò la parola densità per indicare questa forte concentrazione semantica. Il principio di densità è una delle forze che governano i sogni, Freud l’ha chiamata condensazione (Verdichtung).

 

5. C’è tuttavia un punto essenziale che va chiarito. I fenomeni congiuntivi/confusivi nascono nell’ambito della parole, della performance (Chomky), insomma del discorso e della realizzazione individuale? Una lettura canonica di Saussure e della linguistica moderna risponderebbe affermativamente. Dunque, tutti i casi di trasgressione delle frontiere separative avrebbero un carattere derivato, e non originario.

Qual è il postulato implicito in questa posizione? E’ il postulato letteralista, cioè la tesi di un’anteriorità del linguaggio letterale rispetto al linguaggio figurale (metafora, ecc). Questa concezione è stata rifiutata da filosofi come Vico e Nietzsche che hanno affermato invece l’anteriorità del figurale. Per Nietzsche, il linguaggio letterale è prodotto di una consunzione, dunque di una riduzione, della ricchezza figurale. Le parole del linguaggio ordinario sono paragonabili a monete che hanno perduto la loro effigie, cancellata dall’uso, e circolano orami soltanto come puro metallo.13

Mi pare che la psicoanalisi non possa che guardare favorevolmente all’anteriorità del figurale. Credo però che sia necessario procedere oltre questo dibattito, e affrontarlo con nuove categorie: dovremmo pensare al linguaggio come a una dimensione abitata dal conflitto non tra originario e derivato, ma tra rigidità e flessibilità.

‘Originario’ è il conflitto, cioè un insieme di divisioni. Sin dall’inizio il linguaggio è determinato da diverse possibilità di articolazione, da diversi regimi di articolazione. Che il separativo affermi la propria dominanza, è comprensibile. La vita non può essere troppo fluida. C’è bisogno di forme, e queste forme, per poter essere sufficientemente stabili, e utilizzabili, inevitabilmente si irrigidiscono. In una certa misura la vita ha bisogno della rigidità, di una buona rigidità – che diventa cattiva quando dimentica e tenta di annullare il principio che la contrasta, e che rende conto delle forme di vita superiori. In una certa misura la vita ha bisogno della rigidità, - vivere è far lavorare la rigidità a proprio vantaggio -, ma, nella sua essenza, la vita non è rigidità. Essa esige trasformazioni, metamorfosi, dunque plasticità. La vita ambisce costantemente a ritrovare quella plasticità che è il tratto maggior delle pulsioni, secondo Freud, e alla cui ‘sfrenatezza’ bisogna in parte rinunciare.

Dunque il linguaggio - meglio ancora: la langue - non è un insieme di abitudini collettive, ma un ventaglio di possibilità. Il secondo dei significati che Saussure assegna alla langue deve dominare sul primo (su quello, per così dire, sociologico). Per i parlanti, le scelte non iniziano con l’esecuzione (con la parole, con la performance), ma con i tagli che articolano il sistema in una pluralità di regimi. Questa è la grande lezione della letteratura, e degli altri linguaggi dell’arte. Ed è uno di quei risultati in cui, per riprendere un famoso passo di Freud, la letteratura e la psicoanalisi convergono, e confermano reciprocamente il loro valore di conoscenza.14

Se ci sono articolazione che tagliano la langue, che scindono conflittualmente le possibilità del linguaggio (e non soltanto degli atti di parola), se il linguaggio è linguaggio diviso – possiamo ancora dire IL linguaggio? Non dovremmo forse dire che IL linguaggio non esiste, così come non esiste LA donna? Perché dovremmo esitare ancora a rinunciare alla superstizione grammaticale dell’articolo determinativo?

 

6. Si noti però che la dissoluzione dell’Uno non avviene, per la psicoanalisi, in direzione del molteplice: sono le filosofie della differenza (Derrida, Deleuze) che privilegiano questa via. Senza escludere il passaggio al molteplice, la psicoanalisi assegna il primato al diviso.

Il nome con cui chiamare le divisioni maggiori del linguaggio – che sono anche le possibilità maggiori del linguaggio - è già stato introdotto più volte: stili di pensiero, regimi di senso (un regime contempla diverse varianti). Nel poco tempo a mia disposizione, vorrei rendere più perspicua questa prospettiva. Ripartiamo dalla lettura canonica di Saussure, e da un autore che è indiscutibilmente un grande linguista, ma in diverse occasioni ha semplificato e irrigidito il pensiero saussuriano. Mi sto riferendo a Jakobson. Talvolta Jakobson parla della lingua come di un codice, e questa è una semplificazione che va assolutamente respinta. Anzitutto perché i codici sono sistemi di corrispondenze rigide tra significanti e significati rispetto a cui i soggetti possono essere padroni – mentre nessuno è padrone della lingua (su questo Saussure è inequivocabile). In secondo luogo, se il linguaggio fosse un codice, i messaggi verrebbero trasmessi e decodificati senza perdita di contenuto, di informazione: non sarebbe necessaria quell’attività inferenziale e interpretativa che caratterizza molte ricezioni, anche quotidiane, e che non soltanto l’ermeneutica, ma anche la pragmatica, gli studi sulla conversazione, ecc., hanno evidenziato a partire dagli anni ’60 del secolo scorso. Dunque l’equivalenza tra lingua e codice è arretrata e inaccettabile, per chiunque conosca gli sviluppi della linguistica dopo Saussure. Tra le più devastanti semplificazioni di Jakobson vi è la sua presentazione dell’asse paradigmatico come un ambito che contiene scelte pre-fabbricate, disponibili ai parlanti (si tratta, come si è già detto, di opzioni che non intaccano la langue). Ma il primato del paradigmatico, che secondo Barthes contraddistingue la rivoluzione strutturalista, è un’idea che appare del tutto incomprensibile se l’asse paradigmatico contiene soltanto scelte prefabbricate. Come si potrebbe parlare di interpretazione, nell’analisi dei testi, e non di una semplice decodifica?

Barthes ha spiegato che il primato del paradigmatico è una novità straordinaria in quanto sconvolge la linearità del testo, ne disfa l’ordinamento sequenziale, getta lo scompiglio nella fissità del testo come artefatto, e permette di inventare nuove forme di coerenza. “L’activité structuraliste comporte deux opérations typiques: découpage et agencement”.15 Così avviene nella lettura della Phèdre di Racine, che Barthes legge come un’opera conflittuale (“Dire ou ne pas dire? Telle est la question”),16 e che analizza come conflitto tra due paradigmi, le figure del mutismo e le levatrici.17

A partire da questo modo di lavorare sui testi, l’asse paradigmatico va reinterpretato. Ciò che avviene in un’opera d’arte non è descrivibile mediante lo schema dei due assi, bensì con uno schema che mostra la conflittualità ‘originaria’: 

  pioggia-stile.png

 

 

 

 

Indico questo schema con l’espressione pioggia degli stili.18

I tre che scindono l’asse paradigmatico visualizzano gli stili che articolano il Simbolico, e che chiamo separativo, distintivo, confusivo. Nella mia lettura, la barratura del Grande Altro non indica solamente una de-totalizzazione e neanche solo l’impossibilità del metalinguaggio, ma anche – e forse in modo particolare - la scissione tra regimi. O meglio: per la psicoanalisi le ragioni dell’impossibilità del metalinguaggio non sono quelle indicate da Wittgenstein o da altri filosofi: per la psicoanalisi non c’è metalinguaggio perché il linguaggio è diviso. Diviso da scissioni non sintetizzabili, non superabili, non hegeliane.

I regimi di senso zampillano da sorgenti, a cui bisogna imparare ad accedere sempre di nuovo, per riprendere il passo prima citato di Heidegger; e ricadono intrecciando le righe sottili delle articolazioni grammaticali, facendole slittare, spostandole, confondendole, mescolandole: è così che nasce una lingua della densità, come è quella di Joyce.

 

7. I will not serve, je ne veux pas servir. Questa è l’enunciazione di Stephen nel Portrait e, prima ancora, è il pensiero che, nel capitolo III, il predicatore attribuisce a Lucifero, l’angelo ribelle: “non serviam, - je ne servirais point”. Un pensiero orgoglioso, e concepito per un attimo. “Cet instant fut sa perte. Il avait offensé la majesté de Dieu par la coupable pensée d’un seul instant et Dieu le chassa à jamais du ciel dans l’enfer”.19 E’ con piena consapevolezza che in seguito Stephen Dedalus riprende quest’atto di ribellione: “Je ne veux pas servir ce à quoi je ne crois plus, que cela s’appelle mon foyer, ma patrie ou mon Eglise. Et je veux essayer de m’exprimer, sous quelque forme d’existence ou d’art, aussi librement et aussi complètement que possible …”.20

Si può smettere di credere in Dio, e anche alla patria. Forse, e sia pure con difficoltà maggiori, nella famiglia: Stephen Dedalus, il giovane protagonista dell’Ulisse, non sembra avere completato il distacco dalla famiglia. Nelle prime pagine, viene menzionato un altro momento di ribellione. “Nom de Dieu, Kinch, vous auriez tout de même pu vous mettre à genoux quand votre mère mourante vous l’a demandé (…) et que vous avez refusé! Il y a en vous quelque chose de démoniaque…” (there is something sinister in you …).21 Ma ciò a cui Joyce ha rifiutato obbedienza è, più di tutto, la lingua: la lingua inglese, come lingua in qualche modo estranea; e non per muovere verso una lingua ‘più materna’, il gaelico.

Io non servirò. Non servirò il linguaggio indiviso.

Non obbedirò a regole che mi inaridiscono né mi piegherò ad abitudini socialmente acquisite. Non introietterò modelli (se non per appoggiarmi ad essi) e non accetterò limiti se non per oltrepassarli. Chiederò allo stile di non esser semplicemente l’espressione di una individualità, la mia, ma di scendere fino al luogo di articolazione della lingua, e di scinderla nei regimi. Sperimenterò le possibilità ‘non separative’ del linguaggio, inventerò una lingua in cui prevalgono i legami. Un linguaggio denso, che nessuno potrà mai articolare separativamente, rigidamente. Anche l’Università dovrà rinunciare a farlo.

Non obbedirò al significante padrone, qualunque esso sia. E per riprendere i versi in cui Ovidio racconta l’impresa di Dedalo, imprigionato da Minosse: il significante rigido ha chiuso le vie della terra e del cielo.22 Ma le vie dell’aria – le vie degli stili - restano aperte, e per quelle io fuggirò.

 

8. Vorrei tornare rapidamente ai possibili rapporti tra gli autori a cui ho fatto riferimento.

“Il n’”y a” de vérité que dans la mesure où et aussi longtemps que (un) Dasein est”, afferma Heidegger in Essere e tempo. 23 Analogamente, non c’è inconscio se non c’è la psicoanalisi. Questi due enunciati non vanno intesi banalmente nella prospettiva dell’idealismo, ma in quella dell’articolazione. In questa seconda prospettiva comprendiamo la tesi di Heidegger secondo cui prima di Newton non esistevano le leggi di Newton 24– e, possiamo aggiungere, prima di Freud esisteva un inconscio, ma non era quello di Freud. Con Saussure possiamo dire che non esiste nessuna lingua senza articolazione, proprio perché la lingua – quale che sia la sua forma di esistenza storica - è “le domaine des articulations’.

E la lingua ‘congiuntiva’ di Joyce? E’ una lingua della densità, cioè una lingua che afferma il primato del significante in quanto contemporaneamente afferma il primato del significato – del significato denso. E’ una lingua della sublimazione, dunque non una lingua collassata; ma certamente è una lingua che collega continuamente ciò che le articolazioni separative si prefiggono e si sforzano di tenere separato. Non è una lingua informe, benché sia possibile percepirla così nell’immediato, a una prima lettura. Lingua del godimento, sempre sul punto di sprofondare in das Ding, ma anche lingua del desiderio, favorita da un padre che viene invocato dal giovane Dedalus – ad esempio con l’invocazione che chiude il Portrait de l’artiste en jeune homme: “Antique père, antique artisan, assiste-moi maintenant et à jamais”.25 E precedentemente come “une forme ailée”, “l’artisan fabuleux”, “un homme-faucon montant au-dessus des vagues vers le soleil”, 26 che impedisce agli stili di annodarsi con nodi troppo stretti e di unificarsi e incollarsi in un unico filo, ma anche alla colla di sciogliersi e di spargersi – questa sarebbe la caduta nell’inarticolato. Difficile equilibrio tra gli opposti. Nel seminario VII Lacan menziona una sostanza che somiglia alla colla, in quanto rischia sempre di essere o troppo dura o troppo fluida. Si tratta del miele –“j’essaie de vous apporter mon miel – le miel de ma réflexion sur ce que je fais depuis un certain nombre d’années”, dice Lacan riferendosi alle categorie fondamentali, ai registri; e aggiunge: “Si cet effet de communication présente parfois quelques difficultés, pensez à l’expérience du miel. Le miel, c’est ou bien très dur, ou bien très fluide. Si c’est dur, cela se coupe mal, car il n’y a pas de clivage naturel. Si c’est très fluide … il y en a bientôt partout.

D’où le problème des pots”.27 Donde la necessità – parziale - dello stile separativo, per riprendere la mia terminologia.

Joyce ha spinto il piacere della lingua – di lalangue – fino al limite estremo. Ha rischiato di veder sciogliere le sue ali, rasentando il sole di das Ding. Perciò i due possibili effetti della sua lingua, che letteralmente s’incolla al palato dei lettori separativi, incapaci di pronunciarla, che annoda le articolazioni come si potrebbe dispettosamente allacciare tra di loro le stringhe delle scarpe, per far incespicare, ma che altri lettori percepiscono nella sua fluidità, sovrabbondante, sempre con il sapore del miele.28

 

9. Vorrei concludere la mia relazione con il problema delle sostanze che trovano nel miele e nella colla due esempi paradigmatici, e però divergenti: questa divergenza dei sapori rende polisemica (e comunque più problematica) anche la nozione di lalangue. Si tratta di sostanze troppo fluide o troppo friabili o troppo viscose o troppo enigmatiche. La più enigmatica di queste sostanze è la letteratura.

NOTE

1 James Joyce, A Portrait of the Artist as a Young Man, 1916.

2 Jacques Lacan, Le Séminaire, livre III (1955-56), Seuil, Paris 1981, p. 276. “La psicoanalisi dovrebbe essere la scienza del linguaggio abitato dal soggetto. Nella prospettiva freudiana, l’uomo è il soggetto preso e torturato dal linguaggio”.

3 Martin Heidegger, Etre et temps, 1927 (par. 44), Gallimard, Paris1986, traduit par François Vezin.

4 Jacques Lacan, Le Séminaire, livre II (1954-1955), Seuil, Paris 1978, p. 236. Trad. it. p. 256: “Nel reale, l’idea stessa di un nascondiglio è delirante – per quanto uno scenda nelle viscera della terra a portare qualcosa, non lo nasconde, poiché se c’è andato lui potete andarci anche voi. Non può essere nascosto che ciò che appartiene all’ordine della verità. E’ la verità che è nascosta, e non la lettera. Per i poliziotti, la verità non è importante, per loro c’è solo la realtà, ed è per questa ragione che non la trovano”.

5 Lacan fa uso di questa nozione negli Ecrits : “Or, la structure du signifiant est, comme on le dit communément du langage, qu’il soit articulé.

Ceci veut dire que ses unites, d’où qu’on parte pour dessiner leurs empiétements réciproques et leurs englobements croissants, sont soumises à la double condition de se réduire à des elements différentiels derniers et de les composer selon les lois d’un ordre fermé” (L’instance de la lettre dans l’inconscient, p. 501).

6 Jacques Lacan, “Fonction et champ de la parole et du langage”, in Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 279. Trad. it. “I simboli avvolgono infatti la vita dell’uomo con una rete così totale da congiungere prima ancora della sua nascita coloro che lo genereranno ‘in carne e ossa’, da apportare alla sua nascita insieme ai doni degli astri, se non ai doni delle fate, il disegno del suo destino …”, p. 272

7 Heidegger, Etre et temps, p. 66. Trad. it.: “Più in alto della realtà (Wirklichkeit, cioè la realtà effettuale) si trova la possibilità”. (p. 54).

8 Martin Heidegger, Che cosa significa pensare? (1954), SugarCo, Milano, vol. 2, p. 23.

Giocando su una particolarità della lingua tedesca, per cui das Wort ha un plurale Wörter che indica le parole come meri vocaboli, Heidegger si richiama al principio di non-coincidenza: 'le parole non sono parole' Si noti ancora la contrapposizione tra il contenuto dei segni verbali inteso come semplicemente-presente (come una Vorhandenheit) e il significato che sgorga, come un getto d'acqua che può assumere forme diverse. Due concezioni del significato, due diversi modi semantici.

9 Ferdinand de Saussure, Cours de linguistique générale, 1916, p. 156. Trad. it. p. 137.

10 Saussure, Cours, ibidem.

11 Lacan, Ecrits, 1966, pp. 502-503. Trad. it: “Si impone dunque la nozione di uno scivolamento incessante del significato sotto il significante, - illustrato da Saussure con un’immagine che assomiglia alle due sinuosità delle Acque superiori e inferiori nelle miniature dei manoscritti della Genesi. Doppio flusso in cui sembra troppo tenue il tratto di riferimento costituito dalle sottili righe di pioggia disegnate dai punteggiati verticali presunti limitare dei segmenti di corrispondenza” (Scritti, I, p. 497)

12 Ferdinand de Saussure, Cours, cit., pp. 155-156. Trad. it. p. 136. “la serie delle suddivisioni contigue proiettate, nel medesimo tempo, sia sul piano indefinito delle idee confuse, sia su quello non meno indeterminato dei suoni”.

13 Friedrich Nietzsche, Su verità e menzogna in senso extra-morale, 1873.

14 Sigmund Freud, Il delirio e i sogni nella “Gradiva” di Wilhelm Jensen, 1906; trad. it. in Opere, vol. V, p. 333

15 Roland Barthes, L’attività strutturalista (1963) , in Essais critiques, 1964, p. 216. Trad. it. p. 311: “L’attività strutturalista comporta due operazioni tipiche: ritaglio e coordinamento”.

16 Roland Barthes, Sur Racine, Seuil, Paris 1963, p. 109

17 Perciò la Phèdre viene anche definita una tragedia del parto (“une tragédie de l’accouchement”, ibid., p. 112).

18 Per questo schema mi permetto di rinviare a Giovanni Bottiroli, Che cos’è la teoria della letteratura. Fondamenti e problemi, Einaudi, Torino 2006, p. 335.

Va osservato che questa pioggia non è la pioggia siberiana di Lituraterre, è una pioggia più articolata e feconda.

19 James Joyce, A Portrait of the Artist as a Young Man, 1916; Portrait de l’artiste en jeune homme, traduction de Ludmilla Savitzky, revisée par Jacques Aubert, Gallimard, 1992, p. 185. Traduzione italiana, p. 178. “Quest’attimo fu la sua rovina. Egli offese la maestà di Dio con il pensiero colpevole di un attimo e Dio per sempre lo cacciò dal cielo nell’inferno”.

20 Ibid., p. 353 (Chapitre V). Trad. it. “Non servirò ciò in cui non credo più, si chiami questa la casa, la patria o la Chiesa: e tenterò di esprimere me stesso in un qualche modo di vita o di arte, quanto più potrò liberamente e integralmente …” (p. 334).

21 James Joyce, Ulysses, 1922; traduction d’Auguste Morel, revue par Valery Larbaud, Stuart Gilbert et l’Auteur, Gallimard 1957, I, p. 12. Trad. it. p. 12. “Ti potevi inginocchiare, Kinch, porca miseria, quando tua madre te l’ha chiesto in punto di morte”, gli dice Buck Mulligan. “E tu hai rifiutato. C’è qualcosa di sinistro in te …”.

22 Ovidio, Metamorfosi, VIII, 185-sgg. (“Che Minosse mi sbarri pure le vie della terra e del mare, ma il cielo è sempre aperto. Passeremo di lì. Sarà padrone di tutto, ma non dell’aria”).

23 Martin Heidegger, Etre et temps, par. 44, p. 278. Trad. it. p. 273: “C’è verità solo perché e fintanto che l’Esserci è”.

24 Ibidem.

25 “Old father, old artificer, stand me now and ever in good stead”, Joyce, op. cit., p. 362. Trad. it. “Vecchio genitore, vecchio artefice, fammi ora e sempre buona guardia”, p. 341.

26 Ibid., pp. 252-253. Trad. it. “una forma alata”, “ l’artefice favoloso”, “un uomo in forma di falco che vola verso il sole sopra il mare”, p. 241.

27 VII, p. 27. Trad. it. p. 23: “Il miele, cerco di portarvi il mio miele – il miele della mia riflessione su quel che faccio da un certo numero di anni”. “Se questo effetto di comunicazione a volte presenta qualche difficoltà, pensate all’esperienza del miele. Il miele è o troppo duro oppure è troppo fluido. Se è duro, si taglia male, perché non ci sono sfaldature naturali. Se è molto fluido… dopo un po’ ce n’è dappertutto. Donde il problema dei vasetti”.

28 Il tratto semantico /fluidità/ va privilegiato rispetto a quello della /dolcezza/. Il ruolo della pulsione orale non va escluso, evidentemente, ma non deve oscurare la dimensione dell’instabilità fluida.

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