Che cos'’è la teoria della letteratura

Fondamenti e problemi

Einaudi, Torino 2006

a Richard Ambrosini,
con amicizia e riconoscenza

1. Nel terzo libro della saga di Harry Potter, Hermione Granger comunica ai suoi amici di essersi iscritta anche a un corso di Muggle Studies (Babbanologia). Non si tratta – Hermione lo sa benissimo - di un corso particolarmente interessante, e certamente non è paragonabile a quello sulla ‘Difesa dalle Arti Oscure’, o ad altri corsi di questo tipo. Nessuno va a Hogwarts per studiare prevalentemente i Muggle studies ! Ermione li frequenterà soltanto perché è una studentessa zelante e vuole avere una preparazione la più completa possibile.

Quali sono le possibilità di scelta per uno studente che s’iscrive all’Università per studiare letteratura, in Europa e negli Stati Uniti? Non sarebbe sconfortante apprendere che la maggior parte dei corsi che gli è possibile frequentare sono l’equivalente dei Muggle studies ? Lo studente vorrebbe seguire corsi che lo avvicinino alla magia della letteratura. Per non smarrire tale magia, egli vuole imparare a difendersi contro “le arti chiare”, perché sa che la letteratura è un linguaggio denso e complesso. “I poeti chiari non durano” ha detto Eugenio Montale. “La grande letteratura è linguaggio saturo di significato al massimo grado” ha detto Ezra Pound.1

Tuttavia l’Università offre soprattutto studi banalizzanti: c’è la vecchia critica letteraria, che insegna a parafrasare il testo, cioè a fare una sintesi del significato (nel caso della poesia, decifrando ed eliminando quegli ‘ornamenti’ che sono le figure retoriche, e di cui lo studente non capisce l’utilità), e che privilegia il punto di vista biografico e storico-filologico, ecc.; e c’è la nuova critica letteraria, quella dei cultural studies, che impoverisce e spesso deforma il testo, riducendolo alle sue componenti sessuali, politiche, razziali, senza rendersi conto che un testo letterario non è un oggetto culturale e tantomeno un oggetto ideologico (se non per aspetti marginali).

Ciò che la vecchia e la nuova critica hanno in comune è la tendenza alla rarefazione. Esse dispongono di strumenti – quando ne hanno, e ne hanno comunque pochi – che sono strumenti di rarefazione. Tuttavia: capire un testo non vuol dire impoverirlo bensì, in qualche modo, espanderlo.

Che cos’è un testo letterario? La teoria della letteratura – una delle grandi invenzioni del XX secolo – ha fornito una serie di risposte, ma soprattutto ha creato un programma di ricerca, che non si ha il diritto di ignorare.

 

2. Tuttavia la teoria della letteratura resta minoritaria. Per diverse ragioni: anzitutto per la sua complessità. Inoltre, perché è stata sepolta sotto una serie di stereotipi: ad esempio, la psicoanalisi sarebbe dominata dal fallocentrismo e dal fallogocentrismo; la strutturalismo sarebbe lo studio delle strutture, cioè di schemi e di scheletri ripetibili, e sarebbe incatenata al binarismo; Heidegger non sarebbe il più grande filosofo del XX secolo, ma un autore incomprensibile, e ambiguamente collegato al nazismo; e così via. Alla diffusione di alcuni stereotipi ha contribuito anche un autore importante, che ha avuto un enorme successo negli Stati Uniti, e cioè Jacques Derrida. Purtroppo, il Derrida che ha avuto maggior successo è quello più fazioso e schematico (basti pensare a quel sottisier anti-lacaniano che è “Le facteur de la vérité).

Il libro di Giovanni Bottiroli si propone di recuperare il vero programma di ricerca della teoria della letteratura. Tenta di spazzare via gli stereotipi dell’anti-teoria, per ritrovare i problemi, i concetti, e gli strumenti di analisi che sono stati pazientemente elaborati dai grandi autori del XX secolo (Saussure, Sklovskij, Barthes, Bachtin, Freud, Lacan, Heidegger, e alcuni altri).

Ecco i principali fili conduttori di questo libro:

- il testo letterario non è analizzabile mediante la coppia ‘forma/contenuto’ come credeva la vecchia critica e come continuano a credere i cultural studies. Il testo letterario è la combinazione di un artefatto e di un oggetto virtuale: in questa concezione convergono i grandi studiosi del XX secolo;

- il motore di quel misterioso dinamismo che riscontriamo nel testo letterario è il conflitto: questa è la lezione delle estetiche conflittuali (da Nietzsche ad Heidegger), di Bachtin (interpretato in base al principio di non-coincidenza), della psicoanalisi (in quanto teoria del soggetto diviso, e dunque del linguaggio diviso).

 

3. Siamo abituati a pensare che nel XX secolo sia avvenuto un linguistic turn (per usare la formula di Rorty). Ciò è vero solo in parte. La svolta linguistica è stata realizzata solo a metà, ed è per questo che le vecchie abitudini mentali hanno potuto occupare nuovamente la scena con una certa facilità, mascherandosi con nuove ideologie.

Questo libro indica la necessità di collegare e di saldare tra di loro le grandi conquiste della teoria letteraria: il problema del linguaggio va dunque collegato a quello del desiderio e dell’identità (ecco l’importanza della psicoanalisi), ma anche al problema della conoscenza e della verità (di qui la necessità di leggere Heidegger e, in una maniera nuova e originale, il concetto heideggeriano di verità come ‘aletheia’).

Di capitolo in capitolo, il lettore impara a liberarsi di quelle banalizzazioni quotidiane e tenaci che gli impediscono di accedere a un grande testo letterario. Egli comprende che bisogna abbandonare il modello più ovvio della comunicazione (cfr. Jakobson), e la concezione veicolare del testo (che trsporterebbe il significato come un’automobile trasporta un passeggero). Il testo letterario gli appare come un funzionamento ibrido e conflittuale, comprensibile – in molti dei suoi meccanismi - solo a partire dagli strumenti che la teoria letteraria ha costruito. In questa prospettiva la teoria della letteratura elabora molti problemi che appartengono tradizionalmente al campo dell’estetica

 

4. Questo libro dichiara di rispondere alla domanda “che cos’è la teoria della letteratura”, ma, mediante una traversata originale delle diverse teorie, tenta di affrontare anche la domanda “che cos’è la letteratura” - e “perché la amiamo (o dovremmo amarla)”.

Per due motivi.

Il primo è l’incredibile complessità e duttilità del linguaggio letterario. Chi non è in grado di percepire questa infinita mobilità di risorse, chi non sa vedere la letteratura come linguaggio, non può gustarne i piaceri. Al contrario, ne sarà deluso. Somiglia a qualcuno che vuole nuotare restando a terra, rifiutando le possibilità – il sostegno, il dinamismo, le oscillazioni imprevedibili, la fluidità, la freschezza, ecc. - dell’elemento liquido.

Il secondo è il rapporto con la conoscenza. La letteratura mette in scena le nostre emozioni e la nostra mente; le possibilità di conoscenza che la letteratura ci offre sono infinitamente superiori a quelle offerte dalla stragrande maggioranza dei libri di psicologia e di sociologia. Ogni grande opera d’arte è – per usare un’espressione di Nietzsche – un esperimento con la verità.

Ma la verità della letteratura non è il rispecchiamento di singoli contesti storici. E non lo è perché il significato di un’opera d’arte autentica non appartiene al contesto originario di produzione, ma attraversa le epoche. Come ha detto Bachtin, le opere d’arte autentiche vivono nel “tempo grande”, cioè si espandono attraverso le epoche e le interpretazioni. E questa non è solo la tesi di Bachtin: è uno dei risultati in cui convergono tutte le teorie importanti del XX secolo.

Si rifletta, allora, sull’assurdità – come definirla altrimenti ? – di un approccio contestualizzante all’opera d’arte (approccio storico, o sociologico, o culturale), che non si accontenta di fornire utili informazioni preliminari, ma pretende di giudicare e di circoscrivere il significato dell’opera. I contestualisti (li chiameremo così: in tempi recenti sono stati chiamati cultural studies, critica post-coloniale, ecc) vorrebbero rinchiudere nel contesto storico-culturale di origine non solo le opere d’arte mediocri, ma anche quelle opere che sono macchine costruite per attraversare le epoche, per varcare i confini limitati e soffocanti del proprio tempo. 2

I contestualisti credono che tutte le opere d’arte siano come chiodi che sono fuorusciti da un muro, e che bisogna conficcare di nuovo nello stesso punto, o come viti che si sono allentate, e che bisogna stringere perché stiano al loro posto. Niente di più assurdo ! è il caso di ripeterlo. Eppure la mentalità contestualista continua a dominare l’Università. Continua a impedire la conoscenza della letteratura, e le conoscenze rese possibile dalla letteratura.

 

5. Perciò il libro di Giovanni Bottiroli si rivolge anzitutto all’Università – auspica un’Università meno ‘babbanologica’ – ma è dedicato a ogni persona colta che ami la letteratura, e ne abbia intuito e percepito l’enigmatica densità.

 

6. C’è ancora qualcosa di importante, che vale la pena di aggiungere, per capire gli obiettivi e la possibile funzione di questo libro (secondo gli auspici dell’autore). Si tratta del rapporto tra la teoria della letteratura, con la sua strumentazione metodologica, e la critica letteraria.

Secondo un vecchio detto, la cattiva moneta scaccia quella buona: analogamente, la cattiva teoria scaccia la teoria come ricerca rigorosa. Ma la cattiva teoria tende anche a soffocare la buona critica letteraria, cioè le ricerche di quegli studiosi che si affidano alla loro ‘miscela individuale’, composta da competenze linguistiche e filologiche, intuizione, raffinatezza, sensibilità, ecc.

E’ stato un grande errore credere che la teoria e la metodologia avrebbero reso inutile e superflua l’intuizione – e dunque la critica letteraria intuitiva. Non è così: sarebbe come credere che strumenti come il microscopio, oppure la moviola e lo zoom, rendano del tutto superflua l’osservazione a occhio nudo. I due tipi di sguardo vanno alternati, e dovrebbero scambiarsi i loro risultati e le loro prospettive. In una certa misura la comprensione di un testo è possibile solo se si fa scorrere il suo significato alla moviola, al ralenti (come avviene, ad esempio, in ‘”S/Z” di Barthes); è vero però che quando si passa dai maestri ai discepoli (e talvolta negli stessi maestri: basti pensare a Greimas !), la metodologia produce pesantezza e anche pedanteria. Ecco perché bisogna tornare all’insight, alla leggerezza e alla fluidità di uno sguardo che si muove liberamente e agilmente nel testo, e che vede, di colpo, il dettaglio rivelatore.

Dunque, questo libro auspica un’alleanza – che storicamente è mancata - e uno spazio di lavoro comune per gli studiosi che si affidano agli apparati metodologici e per gli studiosi che si affidano alla loro ‘miscela individuale’. Ciò che li accomuna, oltre allo spazio dell’intuizione, è la percezione della complessità del loro oggetto di analisi.

Il fronte degli avversari è attualmente assai esteso. E può essere imbarazzante, qualche volta, dover polemizzare con un tipo di critica ideologizzata che nasce da valori assolutamente condivisibili sul piano etico (il riscatto delle minoranze oppresse, il rifiuto dell’eurocentrismo, ecc.). Bisognerebbe chiedersi tuttavia se gli ‘ideological studies’ (e più in generale i cultural studies), al di là delle intenzione buone e corrette, non abbiano già prodotto e non continuino a produrre un enorme danno – un danno anche politico, che investe la loro stessa causa. C’è un punto su cui bisognerebbe riflettere: è verosimile che il Potere debba preoccuparsi di avversari intellettualmente poveri?

In ogni caso, l’autore di questo libro non potrà mai schierarsi tra coloro che preferiscono la povertà dell’etica alle ricchezze dell’intelligenza. Per quanto riguarda i valori, egli ha scelto da molto tempo questo aforisma di Pascal: “Toute nostre dignité consiste en la pensée ... Travaillons donc a bien penser: voilà le principe de la morale”.3

 

7. Infine – non è superfluo ribadire questo punto - il ritorno al linguaggio proposto da TL non è un ritorno al passato (concezione autoreferenziale degli strutturalisti e ludicità postmoderna), ma un ritorno al futuro.

Contro i retro-studies di ieri e soprattutto quelli di oggi, Giovanni Bottiroli propone un’alleanza strategica tra studi letterari e filosofia, con particolare attenzione alla necessità di sviluppare nuovi modelli linguistici e logici. Un’alleanza che intende sfuggire alle sterilità e alle fumosità in cui è naufragato il decostruzionismo, e che intende ripensare il rapporto tra letteratura, teorie del desiderio e problema della conoscenza.

Queste direzioni di ricerca rappresentano il futuro della teoria.

Note

1 “Great literature is simply language charged with meaning to the utmost possible degree”.

2 Attenzione ! La capacità di attraversare diverse epoche non ha nulla a che vedere con la vecchia nozione di ‘universalità’, con i valori universali dell’arte, e così via. Questo libro non percorre vecchie strade, e meno che mai quella dei ‘valori universali’. L’idea-guida è invece quella della flessibilità. Se non fossero congegni straordinariamente flessibili, le opere d’arte non potrebbero venire ‘trasformate’ e arricchite dall’interpretazione.

Dunque il libro di GB si ispira all’idea di una razionalità flessibile. Ma non si limita a proporre quest’idea nella sua possibile suggestione: tenta di elaborarla concettualmente, e di enunciarne la logica. Dalla lettura di questo libro emerge la fecondità di un’alleanza strategica tra studi letterari e filosofia (alcuni autori-chiave).

3 Blaise Pascal, Pensées, 347 (cito dall’edizione di Léon Brunschvigh; trad. it. Pensieri, a cura di Paolo Serini, Einaudi, p. 162).

x

Questo sito prevede l‘utilizzo di cookie. Continuando a navigare si considera accettato il loro utilizzo. Maggiori informazioni