Legami e slegamento in Bataille

Il solo oggetto della passione

In “Georges Bataille o la disciplina dell’irriducibile” a cura di Felice Ciro Papparo e Bruno Moroncini, Il Melangolo 2009, pp. 29-44

1.

Nell’Avant-Propos di L’erotismo troviamo un passo enigmatico : “Mais dans ce monde abandonné que nous hantons, la passion humaine n’a qu’un objet. Les voies par lesquelles nous l’abordons varient. Cet objet a les aspects les plus variés, mais de ces aspects, nous ne pénétrons le sens qu’en apercevant leur cohésion profonde”. Un solo oggetto della passione, a cui si approda per vie molteplici. Quale sia quest’oggetto non viene indicato: e, in effetti, la risposta non è scontata. Dipende da come si interpreta l’opera di Bataille.

Cercherò adesso di enunciare, nelle sue linee fondamentali, una proposta di interpretazione. Ci sono almeno due errori da evitare, se non si vuole essere riduzionisti verso il pensiero di Bataille, ed entrambi nascono dall’incapacità di comprendere la logica di quest’autore. Da un lato, vi è la tendenza ad assumere alla lettera, cioè senza un’elaborazione, un lessico non tecnico – apparentemente, di facile accessibilità –, e che risulta, in parecchi casi, inattuale. Tutto il lessico dell’Avant-Propos è orientato verso l’unità, la profonda coesione, la coerenza, la convergenza. Ebbene, l’epoca recente ci ha talmente abituati all’enfasi del molteplice che il riferimento all’unità sembra evocare una visione tradizionale. Preso alla lettera, il passo citato sopra appare datato se non implausibile : come potrebbero individui costituiti da identità molteplici desiderare un solo oggetto ? Non si daranno forse oggetti diversi, per ciascuna delle molte identità, e dei molti desideri ? E questa molteplicità empirica non sfuggirà a qualunque convergenza di natura logica ?

Dall’altro lato, e prescindendo per il momento da L’érotisme, vi sono opere di Bataille che sembrano corrispondere senza resistenze all’ideologia contemporanea, o perlomeno a una di queste ideologie, quella dell’informe. Non andrà comunque trascurato il fatto che il libro di Bois e Krauss sull’informe si apre con la richiesta di nuove categorie : e forse a essere respinte (o ridimensionate) non sono unicamente la ‘forma’ e il ‘contenuto’, la cui relazione viene con più evidenza disgregata, ma anche altre relazioni, come quella tra Uno e Molteplice. Ebbene, l’esigenza di nuove categorie dovrebbe aprire la strada a una nuova riflessione sullo statuto logico degli oggetti indagati. In questo caso, però, lo statuto ontologico dell’oggetto sembra opporsi tenacemente a ogni caratterizzazione logica (o logico-linguistica, o semantica) : l’informe, dice in effetti Bataille, «non è soltanto un aggettivo con tale senso ma un termine che serve a declassare ». Benché non possa risultare del tutto estraneo alla semantica, non è il senso a definirlo, ma le operazioni che esso indica e che mette in atto, simile in ciò ai performativi. « L’informe è un’operazione », concludono Bois e Krauss .

Ipotesi divergenti - il solo oggetto della passione non sarebbe l’Uno ma l’informe – e ancora ambigue : l’Uno a cui mira la passione è la sintesi o non è piuttosto l’al di là del molteplice, il punto inarticolato di tutte le convergenze ? e l’informe è un’assenza (o una privazione) ancora in grado di richiamare la forma oppure è il collasso di ogni distinzione ? Si osservi che l’al di là del molteplice e l’al di là della forma presentano inaspettatamente qualche somiglianza : in entrambi i casi, domina unilateralmente la tensione verso l’indifferenziato. L’indifferenziato, cioè l’indiviso.

 

2.

Riprendiamo il problema delle categorie. « Chi pensa deve rendersi conto delle sue categorie » (Kierkegaard) . Ma pensare non è semplicemente ‘elencare’. Occorre sottrarsi alla tendenza tassonomica, o tassonomizzante, che sorge spontaneamente quando si cerca di indicare i concetti più generali. Non basta elencare una serie di coppie oppositive, come avviene ad esempio per il gruppo delle categorie modali nella tavola delle categorie di Kant : possibile – impossibile, effettuale – non effettuale, necessario – contingente. Occorre riflettere sul loro funzionamento logico, e anzitutto sul significato della loro opposizione.

L’opposizione è una relazione – una relazione polisemica, non una relazione ovvia ! Di ovvio vi è soltanto un’abitudine mentale, che induce a interpretare immediatamente e surrettiziamente le opposizioni come opposizioni separative. Devo affrontare qui un problema decisivo, senza poter disporre dello spazio necessario. Non mi limiterò tuttavia a rinviare a testi già disponibili, in cui il problema viene presentato con sufficiente ampiezza   : tenterò di presentare almeno il nucleo essenziale.

La pertinenza e l’urgenza di queste precisazioni sono confermate da un altro passo dell’Avant-Propos ; infatti l’unità a cui Bataille dice di pensare non è l’unità del molteplice, ma quella degli opposti: “Je me place en un tel point de vue que j’aperçois ces possibilités opposées se coordonnant. Je ne tente pas de les réduire les unes aux autres, mais je m’efforce de saisir, au delà de chaque possibilité négatrice de l’autre, une ultime possibilité de convergence”. Si noti che gli opposti sono definiti come possibilità. Bataille propone una concezione modale della condition humaine: come in Heidegger, gli esseri umani sono definiti non da proprietà ma da modi d’essere (Weisen zu Sein).

In questa prospettiva l’individuo risulta fortemente instabile: è venuta meno la zavorra delle proprietà, la zavorra proprietaria che stabilizzava i suoi possibili destini. Ciò che emerge, però, non è soltanto la possibilità della dispersione, temuta e condannata dalla concezione essenzialista, auspicata euforicamente dalla concezione anti-essenzialista: non soltanto il conflitto tra l’Uno e il Molteplice, ma quello tra il possibile e l’impossibile. E altri ancora, ad esempio il conflitto tra Eros e Thanatos. Bataille indica l’insuperabilità del legame tra gli opposti: non intende ridurli (“je ne tente pas de les réduire les uns aux les autres”), bensì cogliere “une ultime possibilité di convergence”:

Dunque, il legame. Come va pensato il legame tra gli opposti ? Legame non significa necessariamente ‘unità’, specialmente se il termine unità viene inteso come ‘sintesi’ e ‘conciliazione’. Un pensiero dei legami, che chiameremo anche logica congiuntiva, non è dunque inevitabilmente una logica della sintesi. Questa precisazione è essenziale, e dovrebbe far intuire subito la differenza tra la posizione qui enunciata e quelle di altri lettori di Bataille (Didi-Huberman da un lato, Bois e Krauss dall’altro).

Che cosa si dovrà intendere allora con l’espressione logica congiuntiva ? Anzitutto, una possibilità di pensiero di cui, lungo la storia della filosofia, sono state elaborate differenti versioni ; e una possibilità che rimane una potenzialità ancora tutta da indagare. In prima istanza la logica congiuntiva contrasta e respinge ogni versione della logica disgiuntiva (o separativa), cioè di quella logica secondo cui gli opposti vanno pensati unicamente nella loro netta separazione di confini . Per la logica separativa ogni legame tra gli opposti non potrà che essere fonte di confusione, come dimostrato dall’insorgere dei paradossi. Nei paradossi gli opposti sono in qualche modo legati o embricati ; e il loro legame è un ostacolo alla conoscenza, e anzitutto alla coerenza. Il compito del pensiero è sciogliere qualunque legame tra gli opposti. Tale obiettivo viene indicato in maniera perspicua nel titolo di un recente libro divulgativo di Odifreddi : c’è stato un paradosso, ma ora non c’è più . Non deve esserci.

Gli opposti sono i termini più fortemente separati, o divaricati. Se rileggiamo quella che rimane la prima e fondamentale tavola delle relazione oppositive, quella di Aristotele, troveremo quattro tipi, elencati, così si è abituati a dire, in ordine di forza decrescente : i contraddittori, i contrari, la privazione /possesso e i correlativi . Dai contraddittori, che sono opposti incompatibili, e dunque il caso di opposizione più forte, si scende ai contrari, un tipo di opposizione che ammette compromessi, cioè casi misti (il grigio come mescolanza del bianco e del nero) fino ai correlativi. Quest’ultima sarebbe l’opposizione più debole perché i termini che la compongono si trovano in un rapporto di implicazione reciproca. Si presuppongono, e dunque in qualche modo si confermano reciprocamente, nell’atto stesso in cui si negano.

Ma l’opposizione tra correlativi è davvero l’opposizione più debole ? Lo è se si accetta lo stile separativo di pensiero come l’unico stile coerentemente logico, e comunque come la forma di rigore per eccellenza. Esiste peraltro nella storia della filosofia occidentale una tradizione di pensiero congiuntivo (da Eraclito a Hegel, ad Heidegger) che afferma il primato del legame tra gli opposti : un primato di forza e di fecondità. Nell’ambito dell’idealismo tedesco viene enunciato ed esaltato il conflitto tra due stili di razionalità, quello dell’intelletto disgiuntivo e quello della ragione congiuntiva : opposizione tra Verstand e Vernunft. Applicando questa prospettiva alla tipologia aristotelica, ci si può accorgere che essa non consiste in un elenco omogeneo, ma in una mescolanza – una mescolanza mai percepita dalla nostra tradizione filosofica: vediamo (o meglio, dovremmo imparare a vedere) l’eterogeneità tra relazioni che implicano, almeno potenzialmente, due diversi stili logici (meglio ancora, due diverse famiglie di stili logici). Una logica congiuntiva può nascere solo a condizione di riconoscere l’eterogeneità nell’elenco aristotelico.

Questa è però soltanto la prima operazione. Contraddittori, contrari, privazione/possesso sono relazioni disgiuntive – originariamente disgiuntive, il che non vieta i casi misti come situazioni derivate. Invece i correlativi sono la nozione inaugurale del pensiero congiuntivo. Ho parlato tuttavia di famiglie di stili logici, in quanto dobbiamo saper distinguere diverse versioni anche nella logica congiuntiva. Ci interessa qui la possibilità di non confondere una logica della sintesi, quella di Hegel (o meglio di quella che rimane la lettura standard di Hegel), e una logica dove gli opposti non fanno uno, ma sono costituiti da un’altra relazione, la co-appartenenza (Zusammengehörigkeit) : è la logica di Heidegger, in quanto logica dei correlativi, e non solo di Heidegger.

La rilevanza di queste distinzioni per una lettura di Bataille dovrebbe essere evidente. Senza di esse il dibattito sull’hegelismo di Bataille sarà sempre un dibattito schematico e confuso – e comunque un dibattito inadeguato. Le critiche di Bois e Krauss all’interpretazione dialettica formulata da Didi-Huberman possono venire accettate : Bataille non è un pensatore dialettico, se per dialettica si intende una logica che afferma il primato della sintesi conciliatoria. Ma ciò non implica che Bataille non sia un pensatore congiuntivo, in base ad una differente versione della logica congiuntiva .

Dunque, la differenza tra diverse versioni è essenziale, anche per evitare un equivoco che non è stato ancora dissolto. La logica congiuntiva è prima di tutto una logica scissionale, cioè un pensiero che si rivolge al conflitto tra gli opposti. Prima di tutto: intendo dire che non vi sarebbe alcuna necessità di elaborare una logica, se i casi da considerare fossero soprattutto quelli dei correlativi irenici (agonisticamente neutri) come la metà e l’intero. Dunque la vera logica congiuntiva è una teoria del conflitto e delle scissioni, per quanto possa essere forte, in alcune versioni, la nostalgia dell’unità lacerata. E anche se l’aggettivo che afferma il legame rischia sempre di oscurare quello che afferma la divisione e il conflitto. La formulazione più corretta potrebbe essere logica scissionale (congiuntiva) : una formulazione che mette in evidenza lo statuto paradossale di questo stile di razionalità.

Le divisioni (o scissioni) indagate da questa logica non sono separazioni : sono relazioni di conflitto tra opposti interdipendenti, relazioni che solo la bêtise separativa potrebbe voler sciogliere. Tali relazioni trovano la loro fecondità nel conflitto, che è un modo di intensificazione reciproca. Si pensi all’intuizione del giovane Nietzsche : apollineo e dionisiaco non sono impulsi incompatibili, ma forze che nella reciproca opposizione e stimolazione danno vita a qualcosa di straordinario, come lo è stato la tragedia attica.

Senza dubbio il nesso tra congiunzione e scissione è difficile da pensare. Identità dell’identità e della non-identità era la formula di Hegel : una formula problematica, e non riducibile al primato della sintesi ? Non si può neanche abbozzare, in questo momento, una lettura di Hegel, ma si può almeno accennare a questa possibilità : nell’identità tra identico e non identico, la scissione non risorge forse sempre di nuovo ? Comunque sia, la logica scissionale – cioè la logica congiuntiva nella versione non-sintetizzante di cui auspico un’elaborazione – afferma il primato dell’identità come non-coincidenza.

Questa definizione va estesa evidentemente – anche solo in via sperimentale - all’oggetto della nostra analisi, il solo oggetto della passione, la cui identità sarebbe perciò determinata dal rapporto di correlazione tra opposti. L’unico oggetto della passione sarebbe un oggetto paradossale, un oggetto diviso. Un oggetto non proprietario e non mereologico, ma essenzialmente conflittuale.

 

3.

Si potrebbe credere che la posizione da me enunciata non sia troppo distante da quella di Bois e Krauss. La voce ‘Dialettica’ si apre così : « non bisogna confondere dialettica con scissione (la divisione di tutto in due, ogni cosa con il suo versante alto e con quello basso) … La dialettica mira alla riconciliazione finale, alla concordia del sapere assoluto, la scissione al contrario cerca sempre, con qualche colpo basso che attenta alla ragione, di rendere impossibile l’assimilazione degli opposti ». Rifiuto della sintesi : « l’informe, il basso materialismo, l’eterologia, la divisione in due, sono per noi dei termini che implicano tutti l’esclusione del terzo termine. Questo pensiero dualista rifiuta di risolvere le contraddizioni … ». Di qui l’incompatibilità di Bataille rispetto a Hegel, un filosofo che, come ha osservato Kojève, « non ama il dualismo ». Dunque, l’estetica dell’informe è una versione della logica congiuntiva ? una versione che mette l’accento sulla scissione operante all’interno del legame ? Un’interpretazione corretta del pensiero di Bataille ?

Consideriamo nuovamente il primo dei passi citati, e in particolare la definizione di scissione (scission): la divisione di tutto in due, ogni cosa con il suo versante alto e con quello basso (the division of everything in two, each having its high and its low part). Il pensiero scissionale si condensa dunque nella tesi “tutto si divide in due”, ribadita più volte nel libro di Bois e Krauss. Una tesi che intende proporre un materialismo non dialettico – data l’antipatia professata dagli autori per il termine dialettica, non sarebbe facile strappare loro l’ammissione che anchequesta appare come una versione della dialettica, e precisamente la versione maoista, che il gruppo Tel Quel ha contribuito a divulgare nel corso degli anni Sessanta e Settanta. Una tale probabile reticenza avrebbe peraltro forti giustificazioni: la versione maoista dell’”uno si divide in due” non è certamente un pensiero dell’informe. Dunque?

Non si uscirà da queste incertezze se non grazie a un’attenta analisi della polisemia di quei termini e di quelle espressioni che caratterizzano il territorio della scissione. Ecco i punti principali da chiarire :

- tutto si divide in due : ciò vuol dire che si dovranno spezzare anche i legami congiuntivi, paradossali ? anche le ambivalenze, che Freud ritiene essenziali nella vita psichica, e che sembrano altrettanto essenziali per Bataille? Il nemico della scissione dovrebbe essere l’unità, l’unità rigida, l’identità rigida, e non ogni tipo di legame. Ma questa distinzione manca completamente in Bois e Krauss.

- « tutto si divide in due » : si osservi però che la formulazione di questo principio prosegue con « ogni cosa con il suo versante alto e quello basso ». Un’integrazione non casuale, e che non ha un valore meramente esemplificativo. In effetti, alla forza negatrice della scissione viene indicato il nemico principale, la coppia alto/basso : una coppia gerarchica - forse la coppia gerarchica per eccellenza. Ma un pensiero delle scissioni non rischia forse di impoverirsi, ridefinendo se stesso in una prospettiva anti-gerarchica ? In una prospettiva etica o eticizzata, perché la relazione alto/basso è particolarmente favorevole allo schiacciamento verso il basso di tutto ciò che è immorale, osceno, abietto.

Il vero significato e il vero funzionamento di un pensiero della scissione proiettato verso l’informe possono venir chiariti se si focalizza l’attenzione sull’oggetto di tale pensiero : che cos’è l’informe ? Non siamo così ingenui da credere che la domanda ‘che cos’è’ obblighi a una definizione essenzialista, a cui nessun oggetto potrebbe sottrarsi per il semplice fatto di venire interrogato in questa forma. Non cercheremo dunque né proprietà né un significato (nell’accezione più consueta). Non lo si è già detto ? « L’informe è un’operazione ».

Non un aggettivo, ma un termine che serve a declassare : così Bataille. Declassare : condurre verso il basso e il disordine, questa è l’interpretazione di Bois e Krauss . L’interpretazione esplicita ; ma qual è la vera interpretazione ? Leggendo il loro testo, esaminando i loro esempi e il loro commento a questi esempi, si è indotti a una diversa esplicitazione : per Bois e Krauss, declassare significa in realtà ‘collassare’, cioè produrre il collasso di tutte le articolazioni e di tutte le distinzioni.

La pulsione verso l’informe è un impulso verso l’indifferenziato, e indifferenziato equivale per l’appunto a ‘ciò che non possiede, o non possiede più, le proprie articolazioni’.

Tutto si divide in due ? no, tutto si unisce – due è semplicemente il nome di quella distinzione tra alto e basso che verrà dissolta dall’azione di trascinamento verso la soglia inferiore, soglia che dovrà essere attraversata tante volte quanto è necessario perché si dissolva anch’essa. Due è la scissione che permette all’impulso ostile alla forma di slegarsi (tornerò più avanti su questo termine), di avventarsi verso il basso.

Nella teoria dell’informe c’è posto per una sola distinzione, quella tra l’informe e la forma. Ecco il dualismo. Ma una logica della scissione è un pensiero dualista, o un pensiero articolato, flessibile?

 

4.

L’ostilità per il senso, cioè per la polisemia, ha prodotto l’univocità : tutto si divide – in un solo modo. Si crede di negare l’unità e la gerarchia : si finisce con il sopprimere la pluralità e la flessibilità. Si va a confluire in una rigidità diversa, ma non meno rigida di quella contro cui si fomentava la rivolta. Perché l’informe, l’indifferenziato, l’indiviso, è uno dei territori – uno dei modi - del rigido.

L’operazione di declassamento/collasso delle distinzioni non è priva (involontariamente, inconsapevolmente) di una certa varietà. Osserviamola in maniera più dettagliata : sarà una prova indiretta della necessità di alcune distinzioni.

Le opere che ‘mettono in opera’, che rendono operativo o che semplicemente esemplificano l’informe non sembrano tutte riconducibili al collassare. Se si confrontano Ceramica spaziale di Fontana e Le plumeau etla corne di Picasso (nella fotografia di Brassaï) la differenza balza agli occhi, purché si abbiano occhi sufficientemente analitici : nel primo caso un « magma di materia nerastra, lucente e iridata, dalla superficie mossa, che sembra caduta qui, per terra, come un gigantesco stronzo »  ; nel secondo caso un « incongruo assemblaggio effimero, composto dalle radici tentacolari di una qualche pianta decapitata, di un piumino e un corno di bue ». Ebbene, questo assemblaggio è tutt’altro che ‘inclassificabile’ – per quanto non siano le classificazioni ad essere l’obiettivo ultimo del mio discorso ! Quest’assemblaggio incongruo mette in scena una precisa operazione retorica, la metonimia. Certamente, dobbiamo saper pensare la metonimia come una strategia testuale, e non semplicemente, in conformità a una deprimente tradizione, come una figura locale . Metonimica è ogni costruzione basata sull’accostamento eterogeneo e incongruo di elementi che provengono da contesti diversi : è una forma di incoerenza – perché anche l’incoerenza ha le sue forme. Ad esempio, l’enciclopedia cinese menzionata da Borges è una costruzione metonimica.

Il che non implica che ogni strategia metonimica giunga a risultati egualmente validi sul piano estetico. Qui si pone un problema fondamentale, completamente eluso da Bois e Krauss : il programma di banalizzazione messo in moto da questi autori in Formless. A User’s Guide trova nella soppressione della distanza tra le poetiche e la dimensione estetica una caratterizzazione decisiva, e di cui bisogna valutare le conseguenze. Una poetica circoscrive uno spazio di ammissione e, perché no, di ortodossia : un numero limitato di opere riceverà un’approvazione incondizionata, indipendentemente dal grado di complessità ; una particolare severità verrà riservata a opere che potrebbero aspirare all’approvazione, ma che si limitano a mimare le caratteristiche e le operazioni della nuova poetica. Ecco perché ogni movimento si trova continuamente in lotta contro l’eresia.

Le vicende del Surrealismo offrono un’evidente conferma. Ma il discorso vale anche per la poetica dell’informe, impegnata a distinguere il vero informe da quello apparente, falso. Per ciascuna delle quattro operazioni che definiscono l’informe, bisognerebbe infatti imparare a riconoscere (e ad escludere) le pseudo-operazioni : la falsa orizzontalità, il falso abbassamento, ecc. Ma in che senso Bois e Krauss parlano di vero e di falso ? Sarebbe inutile cercare in Formless un minimo di consapevolezza filosofica in relazione a questo problema. Vero è un aggettivo che gli autori riservano a ciò che esemplifica in modo più accentuato le operazioni già ricordate. Ma come intendere ‘più accentuato’ ?

Andiamo al cuore del problema. Secondo Bois e Krauss, opere come Ceramica spaziale di Fontana e come La palla sospesa di Giacometti sono buoni esiti della poetica dell’informe. Restano però i dubbi sulle loro valenze trasgressive e soprattutto sul valore estetico. Certamente, non si vuole applicare ingenuamente a queste opere un insieme di criteri estetici che esse si propongono di mettere in discussione (l’obiezione è scontata). Ma perché dovremmo concedere alle opere che vengono approvate dalla poetica dell’informe di sottrarsi a criteri di giudizio come l’intelligenza e la complessità ? Perché dovremmo rinunciare a esprimere il giudizio « è mediocre, è banale » di fronte ad alcune di queste opere ? Perché dovremmo entusiasmarci di fronte a tutte le opere di Pollock in quanto opere ‘orizzontali’ rinunciando a chiederci perché alcune di esse sono migliori di altre ? Migliori : più belle, e, se quest’aggettivo è improponibile, più efficaci, più riuscite (in un qualche senso che siamo disposti a discutere).

Ceramica spaziale e La palla sospesa sono opere banali. Bisogna aver perso ogni senso del ridicolo per attribuire alla Palla sospesa uno « scatenamento delle pulsioni erotiche indotte dall’oscillazione », come affermano Bois e Krauss . Che Breton e altri l’abbiamo accolta inizialmente con una stupefazione totale, che alcuni osservatori abbiano provato, secondo la testimonianza di Maurice Nadeau, « un’emozione violenta e indefinibile », tutto ciò appartiene al tempo piccolo della ricezione storicamente datata, non al tempo grande (Bachtin) delle vere opere d’arte.

Perché la differenza tra poetiche e dimensione estetica è insopprimibile ? perché ogni poetica è anche una strategia di marketing, legata al momento storico in cui fa la propria comparsa. Essa decreta la superiorità di ogni oggetto conforme alla nuova poetica sugli oggetti delle poetiche precedenti (anche se i nuovi oggetti sono banali, insulsi, mediocri). Ogni poetica propone un dogmatismo semplicistico che non si è obbligati ad accettare.

 

5.

E Bataille ? Gli si può attribuire una teoria o una poetica dell’informe ? La domanda va precisata : l’informe è una delle direzioni esplorate dal pensiero di Bataille, come lo è il reale nella teoria di Lacan, oppure è il nucleo essenziale del suo pensiero, la verità a cui esso approda ? In questo momento sono costretto a rispondere in maniera molto schematica. Propongo di ripartire dalla logica.

Credo che sia corretto, e non soltanto possibile, considerare l’opera di Bataille come un tentativo di esplorare (e di elaborare in relazione a certi temi) il principio di non-coincidenza. Tale principio trova la sua legittimità nel rapporto tra correlativi : l’identico e il non-identico si presuppongono e si intensificano reciprocamente.

Talvolta l’approvazione di tale principio risulta piuttosto esplicita, ad esempio quando Bataille scrive : “L’uomo è l’animale che nel suo limite – nella sua necessità particolare – scorge la debolezza ... e da quel momento conosce se stesso come un ostacolo a ciò che egli è: l’assenza dei limiti. Poiché ciò che è, egli non lo è” . In altre occasione è meno esplicita, e bisogna coglierla leggendo il lessico non tecnico di Bataille in una prospettiva concettuale. Ad esempio, come intendere la nozione di mobilità interiore – « cette mobilité intérieure, infiniment complexe, qui est le propre de l’homme » - se non come l’indicazione intuitiva della ‘mobilità logica’ asserita dal principio di non-coincidenza ? Anche chi è reticente nei riguardi di un’elaborazione concettuale dovrebbe riconoscere che la categoria di ‘mobilità’ svolge in Bataille una funzione non meno rilevante del basso materialismo, ecc.

Ebbene, il principio di non-coincidenza non ha alcuna vocazione a collassare – non è attratto dal collassamento, e neanche dalla colla e dal collage, termini differenti per la loro provenienza etimologica, ma che, non casualmente, nella poetica dell’informe trovano una forte solidarietà . Essi convergono infatti verso l’indifferenziato : che ciò avvenga lungo la vie dell’agglomerato, del cedimento articolatorio, oppure del viscoso, ha poca importanza.

Nell’opera di Bataille, in molti contesti dove più forte è la pulsione di perdita, non domina l’indifferenziato. E ciò è confermato dal ricorso alla metafora. Bisogna capire tuttavia che la metafora non è trasposizione, sublimazione, spiritualizzazione, come credono Bois e Krauss ; la metafora è articolazione e mobilité. Lo si potrebbe mostrare dettagliatamente nella Histoire de l’œil, se fosse disponibile lo spazio adeguato per un’analisi. Limitiamoci all’essenziale.

In primo luogo : bisogna aver rinunciato preliminarmente e ciecamente alla differenza tra semplicità e complessità per tentare un parallelo tra la La palla sospesa di Giacometti e La storia dell’occhio di Bataille. Si noti che tale parallelo viene proposto sulla base di una delle nozioni più vituperate da Formless, cioè la somiglianza, che è il meccanismo su cui si fonda la metafora. Diversamente da quanto si può cogliere nelle buone metafore, la somiglianza rimarcata dai teorici dell’informe è estremamente generica e banale : riguarda la sfericità, la rotondità, un tratto morfologico-semantico presente in entrambe le opere. Ma nella Storia dell’occhio c’è molto di più della sfericità.

La sfericità si presenta come una serie di trasformazioni : occhio, sole, uovo, testicoli. Ecco la mobilité intérieure della metafora, che ha ben poco a che vedere con la trasposizione/idealizzazione. Mobilità che distrugge il ‘senso ultimo’, e impedisce al testo di coagularsi in un senso ultimo (o messaggio) : questo è assolutamente vero ; ma non abolisce il senso, non è « una procedura che mira ad abrogare le categorie e a disfare i termini stessi di senso e di essere » : questa è una sciocchezza, « this is nothing but rubbish », per citare Bois e Krauss . Le serie metaforiche, che esprimono nella maniera più accentuata l’identità della metafora, la sua vocazione interminabile, sono manifestazioni della logica congiuntiva : manifestazioni in cui il legame di somiglianza non opera tassonomicamente, al servizio di tratti comuni, come avviene nel concetto (tradizionalmente inteso), ma rilancia la differenza interna : ciò che qualcosa è, esso non lo è.

 

6.

Alcune rapide indicazioni, per sintetizzare ma anche per indicare le linee di sviluppo di questa riflessione :

- Bataille è un pensatore ‘congiuntivo’, paradossale . Nella sua versione, la logica dei legami non privilegia la sintesi e la concordia, e assegna un ruolo determinante alla scissione. Vorrei riproporre qui una mia definizione di pensiero scissionale : esso spezza le rigidità, divide lottando contro il rigido – divide l’identico da se stesso, questo è il gesto più radicale e più audace .

- quasi tutte le formulazioni del principio di scissione (o divisione) sono generiche e perciò anche equivoche : un’indagine sulla polisemia degli opposti, e sul pluralismo logico che ne deriva, rimane uno dei compiti filosofici di maggior rilievo.

- ci siamo confrontati soprattutto con una di queste versioni : « tutto si divide in due, in una parte alta e in una parte bassa ». Abbiamo visto che qui la divisione mira a spezzare l’idealizzazione (a cui la sublimazione viene frettolosamente assimilata) , e a ritrovare l’energia basso-materialista per avviare l’azione di collasso. Lo slogan di Bois e Krauss andrebbe riscritto così : « tutto si slega, il basso si slega dall’alto, e così tutti i legami si slegano e si rompono ». Ne risulta l’adesione – a che cosa ? a nulla, l’adesione stessa, il viscoso, la colla. L’inerzia dei non-legami. L’agglomerato.

- lo slegamento generalizzato conduce all’indifferenziazione. Questa è freudianamente l’opera della pulsione di morte, descritta come un’azione che slega. Per Freud, come per Bataille – senza trascurare le differenze - esistono però due forze, Eros e Thanatos, la forza che lega e quella che slega, e il loro intreccio.

- il Bataille affascinato dalla pulsione di morte è il Bataille più vero ? il problema resta aperto. Nella misura in cui Bataille è un teorico dell’informe, le obiezioni rivolte contro il libro di Bois e Krauss vanno rivolte prima di tutto alla sua opera. C’è tuttavia un aspetto decisivo che impedisce di ridurre Bataille al fascino dell’informe : la sua scrittura, la ricchezza della sua elaborazione stilistica.

- per la poetica dell’informe, l’unico oggetto della passione è lo slegato : di qui l’attrazione per l’escremento e lo sputo. Attrazione, pulsione a perdere: identificazione con il reale in senso lacaniano.

Senza dubbio, l’opera di Bataille non ignora la forza dello slegamento : la descrive ? la esalta ? Ecco una pagina in cui l’esigenza di metamorfosi buca il registro della metafora : « Si può definire l’ossessione della metamorfosi come un bisogno violento, che si confonde d’altronde con ciascuno dei nostri bisogni animali, e spinge un uomo a disfarsi tutto d’un tratto dei gesti e delle attitudini che la natura umana esige : per esempio, un uomo tra tanti, in un appartamento, si getta bocconi e mangia il pastone del cane ». Mi sembrano interessanti  le righe successive : « C’è così, in ogni uomo, un animale rinchiuso in una prigione, come il forzato, e c’è una porta, e se si socchiude la porta, l’animale si avventa fuori come un forzato che trova l’uscita ». Una parodia del platonismo : l’animale, e non l’anima, prigioniero del corpo, oppure l’animale prigioniero dell’anima. Ma questa parodia non resta incatenata al platonismo, sia pure rovesciato ? Nel platonismo non troviamo forse un soggetto sdoppiato, e non un soggetto diviso ? Il brano appena citato sarebbe dunque marginale rispetto al Bataille in grado di pensare un soggetto diviso, l’intreccio tra Eros e Thanatos, e non l’interno e l’esterno, il prigioniero e la prigione.

Quanto all’intreccio e ai legami, come trascurare l’importanza di questo passo sull’erotismo, in cui vi è un elogio dell’organizzazione ? « senza una segreta comprensione dei corpi, comprensione che si stabilisce solo con l’andare del tempo, l’amplesso è furtivo e superficiale, non può organizzarsi, il suo movimento è quasi animale, troppo rapido, e spesso il piacere sperato sfugge. Il gusto del mutamento è senza dubbio morboso, e con tutta probabilità conduce a un continuo rinnovarsi della frustrazione. L’abitudine, invece, ha il potere di approfondire ciò che l’impazienza ignora » .

- l’ontologia bataillana andrebbe interpretata dinamicamente, cioè come rifiuto dell’inerte : « come un movimento sfolgorante di forza – e non come una cortina statica » . « Essere è … scatenarsi » : valore dinamico dell’infinito, e di altre forme verbali, anche quelle apparentemente statiche.

- se ogni ente complesso tende a scindersi (anche questa potrebbe essere una buona formula per la logica scissionale), il vero oggetto della passione - il vero, dunque il solo - sarà necessariamente un oggetto diviso: abitato dal vuoto che vi scava il principio di non-coincidenza, determinato conflittualmente dai suoi modi.

- le opere d’arte banali, formate o informi che siano, cadono al di fuori del vero oggetto della passione. Vengono scartate, non come oggetti parziali, ma come oggetti deludenti, falliti.

- dividere (dividere anche gli scarti, scartare, senza venir colpevolizzati) è un diritto della nostra - non-coincidente - finitudine.

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